Simone Piazzesi (SP): È fresco di stampa, edito da Beccogiallo, Peppino Impastato, un giullare contro la mafia, di cui hai curato la sceneggiatura. Come è nata l'idea per quest'opera? Marco Rizzo (MR): È nata in maniera assolutamente naturale e spontanea: quando ho cominciato a collaborare con Beccogiallo è stata una delle prime proposte fatte, se non la prima in assoluto. Ed era scontato che, da siciliano, proponessi innanzitutto personaggi e situazioni a cui sono legato non solo per questioni "geografiche" (con tutto quello che ne consegue sulla ricerca della documentazione), ma soprattutto per ragioni affettive. SP: Sia tu che il disegnatore, Lelio Bonaccorso, siete siciliani. Che effetto fa "ridare vita" ad un siciliano eroico come Peppino Impastato? C'è il rischio di mitizzarlo troppo, oppure la sua forza morale va oltre ogni retorica? MR: È un onore e una responsabilità, come sempre in casi del genere, al di là della vicinanza geografica di cui sopra. È inevitabile sentire una certa pressione, dovuta alla necessità di rispettare sia la figura in sé, sia chi lo ha amato e conosciuto. E c’è, è vero, anche il rischio di mitizzarlo. Ma figure come Peppino sono già un "mito". Il che, comunque, permette al loro messaggio di diffondersi con facilità, alla loro figura di essere riconosciuta, e forse un po' anche che vengano prodotte opere come la nostra. In ogni caso, Peppino ha sempre rifuggito ogni retorica, così come chi lo ha seguito nella sua lotta a Cinisi. Se è stato mitizzato lo si deve alla forza delle sue idee e alla potenza del suo messaggio. SP: Molti conoscono la vicenda di Peppino grazie al film I cento passi. Lo stesso dicasi per Rosario Livatino (Il giudice ragazzino) o per Don Puglisi (Alla luce del sole). Davvero la memoria di questi uomini dal coraggio straordinario è legata alle singole iniziative culturali? Davvero ci sarebbe l'oblio altrimenti?
SP: Anche il tuo precedente lavoro per Beccogiallo, Ilaria Alpi, il prezzo della verità, trattava una vicenda già trasposta in un film. Come ti ha influenzato, allora e adesso, questo fatto? Trai spunto dalle pellicole o cerchi di fare un tuo percorso originale? MR: Assolutamente, l’idea è sempre di discostarsi dai film. Non ha senso fare l’adattamento della pellicola. Sarebbe una mancanza di rispetto verso il lettore, e forse anche la via più facile per me e il disegnatore, ma sarebbe un imbroglio. Certamente i film possono aiutarci con la documentazione (costumi, scenografie, panorami), ma non dovrebbero in alcun modo tracciare una linea narrativa da ripercorrere, sarebbe sciocco. Anche perché vicende come l’omicidio di Ilaria o la vita di Peppino sono così complesse che possono esserci diversi modi di raccontarle, ognuno affine al mezzo che si è scelto. Per quanto riguarda Ilaria Alpi, non avevo visto il film e ho evitato di guardarlo per non farmi influenzare fino a sceneggiatura consegnata, ma Francesco Ripoli, il disegnatore, ha usato alcune scene come documentazione (anche se i video che abbiamo usato principalmente sono quelli girati da Miran Hrovatin, il cameraman che accompagnava la Alpi). I cento passi, invece, l’avevo visto e rivisto, ed era questo un ostacolo ancora più grosso, perché è film molto noto. Credo di avere trovato una soluzione che si distacchi abbastanza dalla pellicola di Giordana, alla fine, e anzi di avere fatto tesoro di alcune incongruenze notate nel film. SP: Raccontare a fumetti storie vere, e per di più tragiche e impegnate nel sociale, come quelle di Ilaria Alpi e Peppino Impastato, richiede una predisposizione particolare? Hai scritto anche fumetti d'intrattenimento o ti trovi particolarmente a tuo agio con queste tematiche? MR: Be’, ho scritto noir, sci-fi e storie di supereroi. Adoro i "generi", divoro libri e fumetti "di genere". Ma allo stesso tempo, inevitabilmente, l’altra mia professione, l’essere giornalista, crea quella predisposizione, che, unita alla voglia di denunciare certi fatti o alla consapevolezza delle potenzialità del fumetto come mezzo di denuncia, mi porta a proporre questo tipo di libri. Certo che però è dura! È impegnativo dal punto di vista della lavorazione e da quello del coinvolgimento emotivo. SP: Come è nata la collaborazione con Lelio Bonaccorso? Vi conoscevate già? MR: Sì, siamo amici da qualche anno, e ci siamo conosciuti alla scuola del fumetto di Palermo, dove lui era uno degli alunni più promettenti e io avevo appena cominciato ad insegnare. L’amicizia e la stima reciproca hanno portato a diverse collaborazioni: un fumetto on line, 12, una storia breve per l’antologico Zero Tolleranza e una per l’altra raccolta di Beccogiallo, Resistenze. SP: Quanto tempo ha richiesto la lavorazione di questo albo fra sceneggiatura, disegno e editing? E tu, solitamente, quanto tempo dedichi al lavoro quando segui un albo come questo?
SP: Lavori futuri? Stai già preparando qualche altro progetto? MR: Per Lucca dovrebbe uscire, per Edizioni BD, un volumetto che raccoglie in versione rimaneggiata ed estesa un mio fumetto di fantascienza, Pianeta Rosso, disegnato da Roberto Di Salvo (attualmente in forza alla Marvel!). Era stato già serializzato su rivista, e racconta di un futuro alternativo dove l’Unione Sovietica ha vinto la Guerra Fredda. Questa settimana Lelio si metterà al lavoro su un altro progetto insieme, una storia di supereroi "atipica" in uscita nel 2010, sempre per BD, dove lavoro come editor. C’è altro che bolle in pentola, ma per ora la tengo a fuoco lento... Marco Rizzo (dettagli)
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