Guido Crepax nasce a Milano il 15 luglio 1933. Fin da bambino dimostra interesse per la grafica e specialmente per le figurine che si diletta a disegnare e ritagliare a mano libera. La sua formazione non è però strettamente artistica, bensì tecnica. Frequenta il liceo scientifico e si iscrive in seguito al Politecnico, che tuttavia abbandonerà presto a causa dello scarso interesse dimostrato verso quel tipo di studi. Ripiega allora sulla facoltà di Architettura, presso la quale si laurea, sempre senza troppo entusiasmo. E’ comunque durante il periodo universitario che la sua attività professionale muove i suoi primi passi. Nel 1953 disegna infatti la sua prima copertina per un disco di Fats Waller, cui ne seguiranno con successo molte altre: ricordiamo la copertina per un LP di Louis Armstrong e una per gli Italian Jazz Stars. Nel 1957 inizia invece la sua attività nel settore pubblicitario, grazie all’iniziativa di Luigi Morisetti che lo vuole per la campagna pubblicitaria della "Shell". Le immagini realizzate da Crepax varranno alla "Shell" la Palma d’Oro della Pubblicità per quell’anno. Nel 1960 disegna per lo stesso marchio Trecento all’ora, una brochure promozionale composta da 40 disegni, che viene ricordato tutt’oggi come il primo libro dell’autore. Nel 1958 disegna il n°0 di "Tempo Medico", rivista scientifica fondata dal Prof. Niccolò Visconi. Nell’ambito di questa rivista Crepax cura la rubrica Circuito interno: si tratta di una serie di quiz a fumetti, pensati dal radiologo Pino Donizetti e disegnati da Crepax. La collaborazione a "Tempo Medico" è curiosa e significativa, perché oltre a sancire ufficialmente il primo fumetto pubblicato da Crepax rimane anche l’unica pubblicazione periodica continuativa dell’autore, trattandosi di una collaborazione ininterrotta e tutt’ora attiva.
Nonostante il successo del personaggio coinvolga in questi anni l’autore sempre più nell’attività fumettistica, Crepax non rinuncia all’illustrazione pubblicitaria. L’attività di copertinista si intensifica e si differenzia oltre che in LP, anche in libri e riviste varie. Tra il ’58 e il ’63 realizza le 22 copertine della Piccola Biblioteca Ricordi. Nel ’62, nove Gialli-Neri e nel ’66 otto libri della collana "Week-End" della Sugar. Tra il ’60 e il ’68 realizza anche una trentina di copertine per libri di testo scolastici Loescher, oltre ad alcuni libri di automobilismo e motociclismo per Calderini. Tra il ’66 e il ’73 vanno datate invece le 192 copertine per i volumetti di avventure dei Nuovi Sonzogno. Nel campo pubblicitario vanno ricordati almeno due campagne pubblicitarie che portano alla creazione di due personaggi-testimonial femminili: nel 1969 la campagna per le gomme Dunlop (poster, calendario, stickers…) con un personaggio che ricalca Valentina e porta il nome un po’ sibillino di Dunlopella. Analogamente nel 1970 è la volta di Terry, per la campagna pubblicitaria del tessuto sintetico Terital. La tendenza a replicare i propri personaggi femminili è tipica di Crepax e si verifica anche nei fumetti, dove Valentina verrà clonata all’infinito nelle varie Belinda (1967), Bianca (1968) e Anita (1971). In base alla sostanziale equivalenza stilistica che accomuna tutti questi personaggi, ci limiteremo a considerare esclusivamente la prima e più celebre tra tutte le eroine a fumetti dell’autore milanese.
Le vicende che stanno alla base delle storie di Valentina sono in verità alquanto complesse: si accordano fondamentalmente sulla base di un leitmotiv erotico, entro cui si alternano elementi onirici, avventurosi, fantastici e fantascientifici. Pur non entrando nel merito dell’analisi del contenuto, vanno tuttavia segnalati alcuni fattori che interessano direttamente lo stile grafico dell’autore. Le vicende sono ambientate nella città di Milano, capitale della moda e metropoli borghese per eccellenza, dove la gente è divisa tra gli impegni lavorativi e la scoperta dei piaceri mondani. All’interno di questo scenario si muovono i protagonisti della serie: Valentina Rosselli e il fidanzato Philip Rembrandt. Lei è un’ambiziosa fotografa di moda, lui un affermato critico d’arte sotto cui si cela Neutron, un alter ego dotato di poteri medianici. Già a partire da queste sommarie indicazioni si possono dedurre alcune delle tematiche fondamentali della serie: da un lato l’emancipazione femminile e la rivoluzione sessuale simboleggiate da Valentina, che si faranno carico di esplicite connotazioni politiche; dall’altro le incursioni nella fantasia e nel soprannaturale suggerite dalla duplice figura di Rembrandt-Neutron. Come dire: da una parte l’impegno, dall’altra l’evasione. In base a questa suddivisione è possibile una prima definizione di Crepax, quale autore dialettico che concilia all’interno della propria arte tensioni tra loro contrastanti. Ad esempio, all’interno di un registro fondamentalmente erotico si insinua un’atmosfera onirica che pervade ogni storia e determina a sua volta una narrazione che oscilla continuamente tra il piano della realtà e quello della finzione. Come vedremo tra breve questa dialettica si riflette a sua volta sul piano dell’espressione grafica.
"…fondato sull’assolutizzazione delle linee curve e spezzate, sul trionfo dei seni accennati, sulla sapiente documentazione relativa alla moda intima e ai suoi passaggi di forme e di stili."(1) Ma più ancora direttamente, basti considerare l’influsso esercitato proprio dai fumetti e principalmente dai fumetti americani, che sono poi i medesimi che amava anche Pratt e gli stessi che si potevano leggere in Italia nell’immediato dopoguerra. Parliamo di Terry and the pirates di Milton Caniff, del Mandrake disegnato da Phil Davis o dell’Uomo Mascherato disegnato da Ray Moore, del quale Crepax calca la fisionomia longilinea e affilata nel suo Phil Rembrandt. Tra l’altro, anche per quanto riguarda il discorso sull’erotismo, non va taciuta la profonda carica erotica che quei fumetti, sia pure clandestinamente, veicolavano. Cosa che, se riconosciuta, avvicinerebbe ancora di più il nostro autore ai disegnatori che abbiamo poc’anzi citato. Ricordiamo a questo proposito le parole di Faeti:
"L’Eros di carta, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, offrì le condizioni insostituibili per una iniziazione indotta a compiersi esclusivamente in ambito visivo e secondo cadenze legate quasi a precisi programmi editoriali, che si fondavano soprattutto sui fumetti."(2) A guardarla bene, questa Louise Brooks-Valentina deve pure qualcosa all’immaginario erotico fomentato dalle eroine di Moore (Diana Palmer) e soprattutto Caniff (Miss Lace, Feeta Feeta…). D’altronde, basta confrontare una tavola di Valentina (soprattutto del primo periodo) con una del Corto Maltese di Pratt per rendersi conto di come, nonostante le relative differenze stilistiche, entrambi gli autori abbiano inizialmente attinto da un serbatoio comune. Non ci vuole molto per accorgersi della sorprendente affinità che corre tra le due tecniche, in particolare per quanto concerne l’uso della pennellata morbida volta a far risaltare il contrasto tra bianchi e neri. Da un lato, dunque, Crepax sembra adeguarsi in un primo tempo allo stile grafico all’epoca dominante, al gusto del momento. D’altro canto, basta osservare uno dei primi volumi di Valentina per capire come l’autore non proceda a senso unico, ma prenda ad intrecciare questo stile plastico e chiaroscurale ad un secondo stile, più esile e lineare. Si prenda ad esempio l’episodio dal titolo Valentina con gli stivali (pag. 65-66 dell’edizione Milano Libri), tratto dal volume omonimo, dove la protagonista simula una scena di seduzione ai danni di un robot che l’aveva molestata nel precedente episodio. In questa scena fantasiosa e bizzarra si affaccia chiaramente la presenza inedita di alcuni preziosismi grafici, quali i gioielli e l’acconciatura della parrucca che indossa Valentina, che arricchiscono il segno dell’autore altrimenti troppo scabro e asciutto. Questo ricamo lineare, così come il quello relativo le foglie del salice che avvolge la protagonista, è senza dubbio frutto di un meticoloso esercizio nell’uso del pennino. Ecco quindi instaurarsi nuovamente una dialettica, stavolta attinente gli strumenti tecnici impiegati dall’autore milanese: da un lato il pennello, dall’altro il pennino. Se per il primo dei due termini ci siamo riferiti al livello "basso" delle arti visive (il fumetto, Milton Caniff), nel secondo caso ci possiamo richiamare invece al livello "alto" della pittura e in particolare al caso di Klimt.
Questo aspetto, che interessa più l’equilibrio della pagina che non il segno, ricopre in realtà un’importanza fondamentale. Se è vero che Crepax non si affanna alla ricerca di un segno totalmente inedito, ma si avvale di uno stile che appare più che altro come una mescolanza di soluzioni già collaudate, quando si tratta invece di disporre una accanto all’altra le vignette sulla tavola, Crepax reinventa da capo la sintassi del fumetto. Sarà dunque a questo secondo aspetto e non al primo che dovremo rivolgerci per comprendere appieno la poetica dell’autore milanese. Crepax non ha eguali nella capacità di rielaborare da zero la struttura della tavola, l’uso delle inquadrature, la connessione logica tra una vignetta e l’altra, la disposizione dei balloons, nella capacità di ridefinire, in una parola sola, la lettura di un fumetto. Vediamo ora quali sono le principali innovazioni apportate da Crepax al fumetto. La prima cosa che si può notare ad una prima occhiata è la vertiginosa moltiplicazione delle vignette presenti sulla pagina. Mentre la maggior parte degli autori tende alla sintesi, Crepax opta invece per l’analisi della tavola, egli cioè fraziona l’inquadratura in tante piccole parti, che ricompone poi liberamente in un mosaico frammentario e spesso caotico.
La correlazione tra la dimensione sensibile e quella concettuale postulata dalla Body Art, si rivela a sua volta in Crepax nella dialettica tra il cerchio e il quadrato: la forma del cerchio si manifesta nell’esibizione costante di rotondità femminili, quella del quadrato nella vignetta che le circoscrive razionalmente e amministra l’ordine logico della narrazione. Talvolta questa dialettica tende a risolversi in una sintesi, ad esempio quando si smussano gli spigoli e le vignette diventano più rotonde: è il momento del sogno, che segna la perdita delle inibizioni e il trionfo dell’esperienza sensibile. Come abbiamo già accennato, anche quando Crepax si avvale degli espedienti narrativi tradizionali, lo fa però in modo del tutto anticonvenzionale. Un primo esempio è dato proprio dall’uso della vignetta con gli angoli arrotondati: questo espediente solitamente serve per segnalare uno scarto temporale all’interno di una storia, un’azione avvenuta nel passato. Crepax si avvale invece di questo tipo di vignetta per descrivere il sogno di un personaggio, anziché ricorrere al tratteggio come avviene nei fumetti tradizionali, che egli usa al contrario per i flashback.
Questa inversione di marcia rispetto le convenzioni linguistiche del fumetto non è del tutto arbitraria: mentre il contorno tratteggiato isola l’azione, quello marcato la confonde con l’azione reale presente (nonostante l’evidente differenza data dagli angoli), che è proprio quanto sembra volere Crepax. Egli tende infatti a far dialogare il piano reale con quello surreale, cercando di far scaturire da esso un’improbabile filo narrativo che colleghi tra di loro i punti risultanti dall’intersezione dai due piani. I risultati più innovativi si hanno quando quest’intersezione è resa manifesta anche all’interno dello stesso spazio visivo, cioè all’interno di una stessa tavola, magari in presenza di una figura che si divide emblematicamente in due metà congruenti, con una che occupa il piano reale, l’altra quello immaginario. La frammentazione delle vignette di Crepax non è solo una moltiplicazione numerica, ma anche una replica, una ripetizione. Accade spesso infatti che all’interno di una stessa tavola venga ripresa più volte una certa inquadratura: quella più frequente è quella di Valentina nuda all’in piedi, ripresa da dietro. Se diamo ragione a Andy Warhol, quando dice che amare significa ripetere all’infinito gli stessi gesti con lo stesso entusiasmo, dovremmo concludere a questo punto che Crepax ama davvero molto la sua creatura. In realtà, la ridondanza delle inquadrature è compensata in Crepax dalla varietà delle "quadrature", che non si ripetono mai esattamente uguali, ma sono sempre dispari o asimmetriche. Ci troviamo nuovamente di fronte ad una dialettica: da un lato certi stilemi figurativi diventano dei cliché quasi capaci di tediare il lettore, dall’altro il modulo visivo diviene invece continua fonte di sorpresa, improvvisazione, ricerca. Per focalizzare meglio questo concetto, più che a una successione orientata di vignette, si pensi alla tavola come unità in sé significante. In queste tavole, dove Crepax concede apparentemente tutto all’immagine, assottigliando al minimo gli spazi tra una vignetta e l’altra, sembra affacciarsi in realtà una nuova possibilità espressiva. La spessa consistenza dei margini delle vignette, anziché annullare gli interstizi che corrono tra i vari riquadri, ottiene invece l’effetto contrario di rafforzarli, di metterli in maggiore evidenza, tanto da suggerire la presenza di una sorta di corridoio bianco che circonda le vignette. In questo modo, alla soffice materia che anima le pagine di Valentina, si contrappone una misteriosa anti-materia, una forza capace di inchiavardare in un reticolo le vignette presenti all’interno di una stessa tavola. Crepax sembra affascinato dalle infinite possibilità combinatorie offerte da queste trame ortogonali e dalle diverse soluzioni che è possibile ottenere variando il taglio (forma) e il peso (dimensione) degli spazi ottenuti. Si tratta di un’intuizione molto simile a quella avuta dall’artista russo Piet Mondrian nella celebre serie di quadri realizzati a Parigi tra il 1919 e il 1938, intitolati Composizione con rosso giallo e blu. In Mondrian:
Gli elementi minimali sono costituiti appunto dalle strisce nere che attraversano il quadro, le varianti sono date invece dalla loro disposizione piana, che Mondrian ancor prima di tradurre effettivamente in pittura, sperimentava su un modello meccanico che si era appositamente costruito, andando così alla ricerca di sofisticati equilibri spaziali e accordi cromatici. Queste composizioni si intitolano appunto "con rosso, giallo e blu", perché i diversi spazi ottenuti da questo reticolo vengono poi riempiti esclusivamente da campiture piatte a base di colori primari. Crepax compie la stessa operazione di Mondrian, ma anziché limitarsi al colore puro, inserisce in questi spazi delle immagini collegate tra loro da un racconto di senso compiuto.
I rilievi finora condotti sono specifici soprattutto della serie di Valentina e delle riduzioni di classici dell’erotismo che Crepax realizza a partire dai primi anni ’70: nel 1973 inizia la rielaborazione di Histoire d’O di Pauline Reage, cui seguiranno Emmanuelle di Emmanuelle Arsan nel 1977 e Justine di D.A.F. de Sade nel 1979. Tuttavia, per poter essere considerati autenticamente dei rilievi di poetica, questi stessi attributi stilistici debbono valere anche nelle opere dell’autore che non riguardano strettamente questo genere. Prendiamo allora in analisi una delle due storie di avventura classica, che Crepax realizza tra il ’77 e il ’79 per la collana "Un uomo, un’avventura" per le edizioni Cepim. Si tratta rispettivamente de L’uomo di Pskov (1977) e de L’uomo di Harlem (1979).
Lo stile di Crepax si conserva dunque con estrema integrità e coerenza anche alle soglie dei problematici anni ’80. Con il passare del tempo accade tuttavia che certe innovazioni stilistiche messe a punto dall’autore nei primi anni di Valentina abbiano perso ormai la loro freschezza e si irrigidiscano in una ripetizione talvolta estenuante di forme e procedimenti. A di là delle intuizioni pure originali, che non vengono mai a mancare completamente, Crepax forza la mano su certi virtuosismi stilistici che lo hanno reso celebre, ricadendo talvolta in un forma di manierismo. Questo elemento, vale tanto per L’uomo di Harlem quanto per gli ultimi volumi della serie di Valentina (di cui per esigenze di spazio non abbiamo parlato). Abbiamo già detto della mania dell’autore di sezionare le proprie figure, facendole attraversare da quegli interstizi che dividono le vignette, col risultato di scomporre le figure in più parti. Talvolta però questa operazione diventa troppo ridondante e risulta come una forma di abuso retorico. Prendiamo come esempi la settima e l’ultima tavola de L’uomo di Harlem: questa volta la scomposizione va anche al di là del rinomato feticismo dell’autore, visto che non si tratta di momenti particolarmente erotici e appare più che altro gratuita. Si ha insomma a volte l’impressione che Crepax voglia quasi esibirsi nel trucco dell’illusionista che taglia a pezzi la donna nel sarcofago, unicamente per suscitare nel pubblico la meraviglia. Ancora, la rotazione assiale della pagina di cui abbiamo detto sopra è un espediente interessante, ma quando Crepax lo usa in modo esattamente simmetrico come nel caso della terzultima e quartultima pagina dell’albo, allora diventa pedante e troppo calcolato.
Non mancano tuttavia i virtuosismi tecnici tipici di Crepax, come la scena della trasformazione mostruosa di Lucy: una tavola da capovolgere in orizzontale, composta da due ritratti simmetrici in stile "prima e dopo" e attraversata da cinque "istantanee" della bocca in dettaglio. Interessante anche la scena in cui Jonathan Arker cena in compagnia del Conte: nel bel mezzo del dialogo tra i due, Crepax incastra una vignetta che mostra un lupo che ulula, mentre a fianco spunta il balloon del Conte nella vignetta sottostante, che dice: "Ascoltateli… i figli della notte!". Ecco un bell’esempio di assemblaggio e di quella che abbiamo altrove definito come "visione simultanea" nel fumetto.
Matteo Orlando (dettagli)
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