2. Vittorio Giardino Vittorio Giardino è nato a Bologna il 24 dicembre 1946. Nel mondo del fumetto è noto per aver intrapreso un percorso artistico tra i più originali e meno ortodossi: laureatosi in Ingegneria Elettronica, Giardino esercita la professione all'incirca fino ai trent'anni, allorché attraversa una profonda crisi scaturita in seguito ad un periodo di malattia, la quale lo porta a riconsiderare le proprie scelte di vita secondo nuove angolature. Durante questo periodo legge Una ballata del mare salato di Pratt e scopre in questo modo le possibilità espressive insite nel linguaggio del fumetto. Inizialmente, comincia a disegnare fumetti come dilettante, finché guadagna la stima degli addetti ai lavori, che gli concedono la spazio necessario a far prevalere la nuova attività sulla prima, che decide infine di abbandonare del tutto per dedicarsi esclusivamente al fumetto.
La formazione artistica di Giardino non è pertanto accademica, ma assolutamente autodidatta, cosa tanto più sorprendente allorché se ne conoscano la precisione e l'equilibrio formale. Il caso di Giardino è insomma straordinario sia per la convinzione con cui l'autore ha affrontato la propria carriera, sia per l'evoluzione pressoché istantanea del suo stile. L'inserimento di Giardino nel mondo dei fumetti sembra comunque in un primo momento difficile: invia le sue prime tavole alle redazioni di "Linus" e "Il Mago", che non sembrano tuttavia interessate al suo lavoro. La situazione si sblocca nel momento in cui Giardino incontra Luigi Bernardi, che conosce attraverso una trasmissione radiofonica condotta dal critico bolognese per "Radio Città". Bernardi introduce Giardino ad un gruppetto di giovani autori, tra cui Carpinteri e Panebarco, che riunisce poi su un supplemento a fumetti del settimanale "La città futura" (diretto dallo stesso Bernardi). Con questa esperienza Bernardi getta le basi per una futura casa editrice, L'Isola Trovata, che avrà il merito di lanciare una generazione di nuovi talenti in grado di realizzare prodotti competitivi nei confronti di quelli che erano allora i due colossi dell'editoria a fumetti in Italia, Mondadori e Rizzoli. Questi sforzi culmineranno in seguito nella fondazione dell'"Orient Express", una delle più belle riviste d'autore degli anni '80 in Italia. Nel 1978 L'Isola Trovata pubblica l'antologia Indagini nell'Altroquando, un volume di grande formato interamente dedicato ad autori emergenti, tra cui figura anche Vittorio Giardino con la sua La pratica Ab, che viene ancora oggi ricordata come l'esordio ufficiale dell'autore nel mondo dei fumetti. La pratica Ab, una tra le più belle storie del volume, è un omaggio all'immaginario di Franz Kafka, che l'autore correda di un intreccio poliziesco, un genere verso il quale Giardino e Bernardi nutrono una passione comune. Da un punto di vista grafico, la storia costituisce una sorta di unicum nella produzione dell'autore bolognese, che di lì a poco cambierà radicalmente stile e forse proprio per questo motivo essa conserva ancora oggi un suo fascino del tutto particolare, quasi misteriosamente sospesa tra Moebius e il futuro Nizzoli. La nuova maniera di Giardino si vedrà invece su "Il Mago", dove egli approda faticosamente nel 1979 dopo una serie di rifiuti dell'editore Bepi Zancan, che lo tiene volutamente sulle spine per spronarlo -così almeno vuole la leggenda- a "fare ancora meglio".
Con Alack Sinner, Muñoz e Sampayo compiono in sostanza un'operazione analoga a quella compiuta a suo tempo da Hammett, ossia abbassano l'orizzonte dei fumetti a un livello meno fantasioso e più mondano. Nei fumetti di Alack Sinner assistiamo infatti per la prima volta alla rappresentazione disinvolta di un eroe, visto tanto nei momenti salienti dell'avventura, quanto in quelli che sono invece i suoi gesti più quotidiani. Tipico di queste storie è, ad esempio, il momento del risveglio mattutino: la camera in disordine, il dettaglio del posacenere che trabocca di mozziconi di sigarette, la stanza da bagno, il luogo dove il protagonista si lava, urina o magari se ne sta semplicemente in piedi davanti allo specchio a esaminarsi le pieghe del volto, che reca regolarmente tutti i postumi della sbornia del giorno prima. Si tratta di dettagli di un certo peso in quella che vuole essere una fenomenologia del fumetto: se in fondo il Corto Maltese di Pratt non perde mai il suo self control e non si lascia mai andare troppo alle droghe, ma si limita tutt'al più ad accendersi "uno di quei sigari sottili che si fumano solo a Bahia o a New Orleans", Alack Sinner ci va invece giù piuttosto pesante e si ubriaca regolarmente tutte le sere. Se il primo è in fondo ancora un eroe, a volte magari un eroe corsaro, ma pur sempre un "gentiluomo di fortuna", il secondo è un ex poliziotto, fallito e alcolizzato, in lotta contro il mondo e con se stesso, che riesce a malapena a campare con lo sporco lavoro dell'investigatore privato che si è rimediato. Alack Sinner ha vissuto i suoi anni d'oro proprio nel nostro paese, al punto che Munoz e Sampayo potrebbero quasi essere considerati due autori "italiani", dato che hanno creato il personaggio per un editore italiano e in Italia si sono per un certo periodo stabiliti (uno dei due, José Muñoz, vive tutt'oggi a Milano). Anche se non avremo modo in questa sede di dedicare loro un capitolo autonomo come meriterebbero, tuttavia abbiamo voluto perlomeno concederci una digressione sul tema, utile a evidenziare la presenza, all'interno del panorama europeo della seconda metà degli anni Settanta, di due modelli distinti: da un lato, la linea francese di Moebius, dall'altro quella argentina di Munoz e Sampayo. Queste linee verranno assimilate rispettivamente all'interno dell'opera di Manara e di Giardino, con la differenza, per quest'ultimo, che l'influenza di cui parliamo è da ascriversi al solo piano del contenuto (Sampayo), visto che il disegno di Giardino è quanto di più distante dall'espressionismo esasperato di Muñoz e semmai più vicino alla linea della ligne claire francese. Ad ogni modo, queste due linee (Moebius e Muñoz-Sampayo) attraverseranno la generazione di Manara e Giardino e conosceranno a loro volta uno sbocco nella nuova generazione, per la quale costituiranno due punti di riferimento costanti, sia pure secondo modalità diverse: il segno grottesco e stralunato di Muñoz attecchirà soprattutto nel primo Mattotti, mentre quello lineare e flessuoso di Moebius influenzerà invece Pazienza, che nel suo eclettismo non rinuncerà nemmeno a introitare nella propria poetica le tematiche mondane e cruente dei fumetti di Sampayo, che si può dire anzi verranno esaltate da tutto il gruppo di "Frigidaire". L'esperienza con "Il Mago" dura soltanto un paio d'anni, poi la rivista chiude all'improvviso, prima tra le vittime del declino delle riviste d'autore. L'ultimo ciclo di avventure di Sam Pezzo (comprensivo di Shit City) vedrà la luce sulla neonata rivista "Orient Express" dal novembre del 1982 al dicembre del 1983. I primi quattro numeri della rivista di Bernardi (giugno-settembre 1982) sono inaugurati anche dalla nuova creatura di Giardino, Max Fridman, con la lunga storia a colori Rapsodia Ungherese, che l'autore realizza nel lungo arco di tempo che separa "Il Mago" da "Orient Express". Con Max Fridman, Giardino passa così dalla detective story metropolitana di Sam Pezzo alla spy story dall'ampio scenario internazionale. In questo caso, la rosa dei riferimenti letterari si fa più vasta e composita: si va dai capostipiti del genere quali Eric Ambler, Graham Greene o John Le Carré ai classici della letteratura avventurosa, quali Hemingway, Conrad e Kipling, che fungono più che altro da modelli ispiratori. La complessità tipica delle storie di spionaggio richiede un maggior rigore rispetto alle vicende raccontate in Sam Pezzo, che si esplicita sostanzialmente in una ricostruzione spazio temporale più referenziale e nella figura di un protagonista dal profilo più basso. Le storie di Max Fridman sono infatti inserite in un contesto storico ben determinato: lo scenario è quello dell'Europa dell'Est (dai Balcani al Bosforo) alle soglie del secondo conflitto mondiale (1938-1940). Per quanto riguarda il protagonista, Max non è un personaggio meno appassionante di Sam, ma senz'altro più anonimo, dotato di una personalità più misteriosa e sfaccettata, meno monolitica di quella del suo predecessore. Max Fridman è un ebreo francese, ex agente della Ditta, un'organizzazione di spionaggio che opera per conto dei servizi segreti francesi, periodicamente costretto a ritornare in servizio in occasione di inaspettate quanto indesiderabili nuove missioni. Egli è in fondo un uomo comune, a tratti perfino un pusillanime, che però si trova a dover impersonare la parte dell'eroe che non è e che si trova quindi sempre costretto suo malgrado a dare il massimo di se stesso, fosse anche solo per salvare la pelle. A questo punto, esauriti i cenni fondamentali sul piano del contenuto di questi due cicli di storie, occupiamoci un po' più da vicino del piano dell'espressione.
Una volta tanto, è la voce stessa dell'autore, con la sua cultura e il suo gusto, che ci aiuta a fare luce su una fenomenologia che potrebbe altrimenti apparire a tratti incerta o arbitraria: "La linea chiara viene fuori da una tradizione, credo io, di grafica francese (europea comunque) a cavallo dei due secoli, al limite da Toulouse-Lautrec, anche dai grandi illustratori, Daumier e così via, che naturalmente non sono "linea chiara", ma che andavano secondo me nel senso di produrre figli-figli-figli-nipotini... Hergé e tutti questi precursori, a loro volta guardavano i giapponesi come Hukosai, Utamaro, la grafica giapponese in genere. Ora, io sono rimasto colpito fin da giovanissimo da libri di grafica giapponese, oppure disegni di post-impressionisti [...]. Ma dirò di più. Addirittura i disegni di Van Gogh, che non sono tanto conosciuti come i suoi quadri, dimostrano, secondo me, l'influenza giapponese e sono splendidi, e certamente mi hanno influenzato come tipo di segno. Quindi questa filiazione non è diretta, è più una fratellanza." Anche se non ci siamo finora occupati direttamente della grafica giapponese, dovrebbe risultare ormai chiaro a prima vista come le posizioni enunciate dall'autore convivano in piena sintonia con quelle espresse sino ad ora. Come sappiamo, la grafica giapponese appartiene a una cultura figurativa che non ha mai conosciuto la rivoluzione prospettica operata da Leon Battista Alberti e compagni ed ha vissuto pertanto sempre in un clima di estemporanea anti-modernità. La concezione piana e lineare dell'arte giapponese è di conseguenza perfettamente omologa a quella della grafica postmoderna, sulla quale abbiamo finora tanto insistito, e si riconferma pertanto anche nel caso di un autore come Giardino. Il discrimine tra gli artisti della ligne claire francese e lo stile di Giardino può essere individuato - se vogliamo - proprio nel confronto con il citato Toulouse-Lautrec.
Se esso può essere considerato un modello diretto per gli autori della ligne claire, nel caso di Giardino si deve parlare più che altro di una transazione indiretta, in quanto la vena moderatamente caricaturale presente nell'artista francese non compare invece in alcun modo nell'opera dell'autore bolognese. Casomai, proprio l'insospettabile caso di Van Gogh, confessato poco sopra dallo stesso Giardino, mostra una purezza simbolista, molto affine ai risultati del nostro autore. Si guardi al repertorio dei disegni realizzati intorno al 1880, ad esempio al Ricoverato d'ospizio con berretto e bastone, una matita del 1882: a parte l'ombreggiatura degli abiti, bandita per principio dalla linea chiara a favore di campiture piatte omogenee, la precisione e la leggerezza che dimostrano la mano di Van Gogh [v. illustrazione qui sotto] in questo disegno, hanno sicuramente insegnato molto al disegnatore bolognese.
Nel 1983 Giardino si prende una pausa dal genere giallo-avventuroso di Sam Pezzo e Max Fridman, per dedicarsi ad un'opera di genere erotico: Little Ego. L'occasione gli si presenta con la neonata "Glamour International Magazine" di Antonio Vianovi, una sontuosa rivista che ospita alcune tra le migliori firme del fumetto erotico d'autore. Per questa rivista, Giardino crea per l'appunto un sexy divertissement a episodi dal titolo Little Ego, che non è altro che la parodia in chiave erotica dell'indimenticabile Little Nemo di Winsor McCay. Con quest'opera l'autore esce in un certo senso allo scoperto, dichiarando apertamente una delle sue grandi passioni fumettistiche e, ancora una volta, ci prospetta il caso di McCay come una preziosa pietra di paragone stilistico, che fa anche quadrare i conti rispetto al precedente caso di Manara. La comunanza stilistica tra i due non deve dunque addebitarsi tanto a un guardarsi reciproco, quanto a una chiara infiltrazione dello stile Art Nouveau, che secondo analoghi percorsi di maturazione, arriva a influenzare entrambi. A questo punto il cerchio è ormai chiuso e si definiscono meglio anche i termini di quella via italiana alla ligne claire cui si allude nel titolo di questo saggio: uno stile che dall'Art Nouveau si evolve nella grafica di Winsor McCay e dei suoi seguaci per arrivare, negli anni '80, a una consonanza stilistica con quegli autori francesi, detti appunto della ligne claire (i già citati Hergé, Jacobs, Tardi...). Le storie della piccola Ego raccontano di una deliziosa fanciulla, la quale vive in sogno una serie di fantastiche avventure erotiche che, come nel caso del piccolo Nemo, si concludono sempre con un risveglio piuttosto brusco se non addirittura con una caduta dal letto. La genialità di Giardino in quest'opera è stata quella di aver saputo conciliare l'immaginario e lo stile del maestro statunitense con il proprio. Le storie sono sempre piuttosto brevi, come vuole la concisione della sunday page americana, la struttura della tavola è estrosa e sofisticata (per la prima volta Giardino adopera nelle vignette strutture curvilinee: tondi, mezzelune, occhielli...), l'erotismo leggero e brioso. Si tratta di un erotismo innocente e pudico, quasi infantile direi.
Con Little Ego Giardino restituisce l'invenzione di McCay a Freud, nei suoi chiari paradigmi di sessualità, inconscio e psicanalisi: alla fine di ogni episodio, al posto della figura materna come in Little Nemo, viene evocata invece quella dell'analista, con tutti i rimbalzi semantici che ne conseguono. La serie, iniziata sulla rivista di Vianovi nel maggio 1983, proseguirà lentamente dal luglio del 1985 al novembre del 1989 su "Comic Art", che ne eseguirà anche una versione economica in volume l'anno successivo. Il tema dell'erotismo prosegue, nella seconda metà degli anni '80, in un'altra raccolta di storie brevi dal titolo Vacanze fatali, racconti pubblicati originariamente per i supplementi di settimanali quali "Il Messaggero" e "L'espresso". L'erotismo di queste storie non è tuttavia di tipo fantastico, ludico, come in Little Nemo, bensì concreto, drammatico, intimamente legato al tema della menzogna. Queste "storie di ordinaria bugia", come le ha definite Mollica, sono in realtà dei veri saggi di tecnica narrativa in piccolo formato, che si presentano come degli amabili intermezzi rispetto ai grandi impegni costituiti dal terzo capitolo de Le avventure di Max Fridman (in corso di pubblicazione al momento in cui scriviamo, con l'episodio dal titolo: No Parasan) e nella attesa del grande evento degli anni '90: la saga di Jonas Fink. Jonas Fink racconta la storia di una famiglia ebrea nella Praga di Stalin, tra il 1950 e il 1968, perseguitata dal regime perché sospettata di attività antirivoluzionaria e di spionaggio. Questa saga non aggiunge in fondo nulla di nuovo alla poetica dell'autore, se non riconfermarne la competenza in materia di letteratura disegnata e racconti ad ambientazione storica. Questa volta, Giardino si misura nella sfida di progettare una storia dal respiro ancora più ampio rispetto le opere precedenti: un romanzo di formazione in più volumi, dotati di una propria continuità narrativa. Si tratta di una delle ultime grandi opere che il fumetto d'autore ha saputo dare in Italia, venuta alla luce nonostante la sua problematica eclissi produttiva negli anni '90, ma della quale opera sono usciti finora purtroppo soltanto due volumi. Matteo Orlando (dettagli)
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