Milo De Angelis: Amare è continuare il discorso dell’altro, saperlo riprendere nel punto dove finisce, farlo proprio, rilanciarlo, rilanciarlo ancora. Nell’amore si è sempre in tre: tu, io e l’altro, quindi occorre attingere dall’altro per dare a chi ci sta di fronte. Se fosse un rapporto diretto si esaurirebbe subito, se invece c’è un pozzo da cui attingere, l’amore diventa inesauribile. MD: Entrando dentro la tua scrittura, ci ritroviamo avvolti da elementi simbolici che scopri, evolvi, con un linguaggio semplice ed intenso. Attendi che i simboli si compiano, o li vuoi solamente liberare, far fuggire? MDA: Attendo che si compiano. Ogni idea di liberazione mi è lontana, mi è estranea, attendo che escano dalla loro oscurità e giungano ad una evidenza nei fatti. MD: Hai letto Jung? MDA: Sì, Jung è uno dei miei autori preferiti. Jung e adesso Hillman che sto scoprendo, seppur in ritardo. MD: E cosa hai letto di Hillman? MDA: Un saggio su Pan. MD: Io ho letto l’Anima. MDA: Sì, sull’anima, sulla vecchiaia, la senectute. MD: Sembra però che Hillman abbia poi ritrattato il suo pensiero, sia andato in Oriente - metafora del viaggio mistico - e abbia colto tutte le infrastrutture del pensiero che ci portano ad una maturazione razionale troppo elevata, come a dire “forse le cose sono più semplici di quelle che sono”. MDA: Era forse inevitabile l’incontro di Hillman con Krishnamurti, con Aurobindo, con Nasargatta, i grandi maestri del silenzio. MD: Ritornando alla tua poesia, come può un lettore sprovveduto accedere a questi simboli? Se la parola è un nodo nel tessuto della poesia, quali possibilità ha di evocare? MDA: Un lettore deve essere sprovveduto. Per leggere poesia la condizione necessaria, benché non sufficiente, è imparare a disimparare le comodità del contesto, a coglierlo nella sua urgenza, nella sua necessità, a coglierlo senza difese, senza filtri, dimenticando quanto si è imparato. Quello che si è imparato ci deve essere, ma nello sfondo. MD: Rinasci alla poesia e alla vita attraverso la morte, attraverso l’attimo. Cosa c’è di miracoloso nell’uomo? La sua forza, nel bene e nel male? MDA: È una domanda poetica che andrebbe proprio ascoltata e lasciata così, sospesa, senza riempirla di risposte affrettate. Il tema della rinascita mi è molto caro, penso che ogni libro sia una rinascita, perché quando un autore scrive un libro deve essere compiuta, ed essere morta, deve essere finita, un’esperienza stilistica ed esistenziale, cioè bisogna vivere un silenzio non tra due note ma di entrambe le note. Il primo libro è lontano, alle spalle, morto, il secondo libro ancora non appare, si rimane lì, col silenzio assoluto. MD: Siamo a Parco Poesia, manifestazione che ospita molti poeti “giovani”. Cosa vorresti sentire nella poesia e in particolare in quella dei giovani? Cosa ti aspetti?
MD: Ho portato una tua poesia, divisa in due parti. Hai voglia di leggerla per Fucine? MDA: Certo.
Ognuno di voi avrà sentito
MD: E dov’è rimasta? Su Internet? MDA: Sì, perché forse questa è la copia di una prima edizione. La seconda volevo concluderla proprio con questo senso di rinascita, della donna fecondata. MD: Tant’è vero che ci aveva tratto in inganno e avevamo pensato che quello in atto fosse un parto, e non un tentato suicidio. Non eravamo riusciti a decifrare il T.S. MDA: Ci sono entrambe le cose, c’è un tentativo di suicidio, un rapporto di vicinanza con la morte che poi si capovolge in un rapporto con la vita. MD: Allora lasciamolo come documento e leggiamo anche la seconda parte. MDA: Leggiamo anche la seconda, però poi dimenticatela. E poi avrete sentito, almeno una volta Milo De Angelis (dettagli)
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