Christian Sinicco (CS): Rosaria Lo Russo - poeta, traduttrice, saggista, attrice. Questa sera presenti Una notte alla corte arabo andalusa alla ricerca di elementi della cultura araba che hanno contaminato la letteratura del nostro medioevo. Quale le fonti di questo interessante lavoro? Rosaria Lo Russo (RLR): La poesia araba per ragioni storiche ha influenzato la poesia siciliana delle origini e il famoso notaro Giacomo da Lentini, presente nello spettacolo con alcuni testi (A l’aire claro ò vista ploggia dare, Lo viso mi fa andare allegramente e Eo viso - e son diviso - da lo viso) e che ha risentito profondamente delle sonorità - la poesia è suono -, del modo del versificare della strofa che è molto ripetitiva nella poesia araba.
I testi di Guido Cavalcanti (Voi che per gli occhi mi passaste ’l core, Deh, spiriti miei, quando mi vedete e Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira), come del resto anche quelli di Dante, invece risentono dell’influsso della tradizione provenzale - e i provenzali a loro volta risentivano le modalità dei siciliani che avevano preso i loro moduli dagli arabi. Cavalcanti era notoriamente un averroista sia per tematiche che per metrica: si spiega così il suo rapporto con la cultura araba. Poi il tema principale, quello dell’occhio che ferisce, è all’origine della poesia cortese; ma il tema dell’occhio che ferisce e risana è un’idea araba. Quindi il viso come tema, e nell’intenzione anche lo sguardo, è all’origine della poesia italiana, ed europea. CS: La dimensione orale della poesia viene troppo spesso sacrificata in Italia. La tradizione araba, al contrario, è quella di una poesia che una volta scritta viene musicata e cantata. Quali sono le tue idee a riguardo? RLR: Le poesie che leggo erano cantate: la maggior parte dei testi sono sonetti, scritti per essere musicati e cantati. Il fatto che le reciti è anacronistico, rispetto alla loro realtà originaria. La poesia, a mio giudizio, non è solo scrittura: l’aspetto concettuale del significato è pari, se non inferiore, a quello del significante, cioè del suono, non fosse altro per ragioni metriche.
CS: Hai tradotto molta poesia anglofona: Anne Sexton, John Donne, Sylvia Plath. Questa tradizione ha, oltre l’oralità, anche una dimensione epica. Questi elementi possono influenzare la nostra poesia? RLR: La poesia americana aveva una dimensione epica fino agli anni sessanta; ora la situazione è diversa. Mi sono occupata della poesia americana dell’area della beat generation, anche se non la ho tradotta, anche se è noto che era epica e altamente performativa. Anne Sexton che è la poetessa che ho tradotto di più era una performer, lei parlava proprio di rewriting stage, di riscrittura spettacolare, nel senso che riscriveva i testi e poi li adattava al momento delle performance e lavorava con i musicisti. La sua scelta non è casuale: ho molto tradito traducendo perché volevo interpretare nella maniera più adatta quella che era la sua intenzione fondamentale, la vocalità e la teatralità della poesia. Qui si aprirebbe un argomento dall’ampia portata: perché mai la poesia femminile sia intrinsecamente teatrale e cosa questo significhi. La poesia femminile contemporanea è collusa con il teatro, con la vocalità e la performatività, più che con l’oralità che è concetto piuttosto arcaico. Un conto è l’oralità del sonetto di una poesia nata per essere cantata, un’altra cosa è l’ambito della poesia femminile contemporanea, che dal secondo Novecento in poi – penso ad Amelia Rosselli che era anche musicista – penso proprio abbia questa specificità particolare, anche per ragioni storiche perché la poesia femminile nasce nel Cinquecento con le cortigiane illustri che si accompagnavano con la chitarra, per non parlare delle attrici-poetesse. Non c’era scissione all’epoca, e quindi non c’è scissione storica: esiste un filo rosso che congiunge la poesia femminile mondiale in un rapporto con la musica, fermo restando che ci sono anche le donne che imitano gli uomini. Ovviamente tutto ciò che dico è tendenzioso, ideologico e militante, poiché sono chiamata ad esprimere una scelta estetica e non a fare didattica. Anche il mio prossimo libro che uscira, Lo Dittatore Amore (pp. 92, collana stellefilanti – poesia, effigiedizioni@effigie.com), sottotitola Melologhi ed esce accompagnato da un cd, e andrebbe tutto musicato se in Italia ci fossero possibilità reali di farlo – capita di rado che la poesia possa collaborare con la musica: questo accade per mancanza di finanziamenti alla cultura. C’è da dire anche che un mio testo, Penelope, è stato musicato diventando un atto unico lirico: i testi che propongo sono malleabili alla musica. Rosaria Lo Russo (dettagli)
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