Il criterio dell’indagine a più livelli è la peculiarità di questa operazione che, oltre a fondarsi sulla disamina di circa 3000 pubblicazioni, si approfondisce via via grazie alla costante presenza di un questionario, che troviamo in appendice. Innanzitutto il quadro iniziale smentisce l'ipotesi di una Trieste dal respiro mitteleuropeo, fino alla completa dissoluzione di questa ipotesi attraverso il lavoro dei poeti, fruitori di modelli più italiani o "globali".
Tuttavia il sottile confine che apre la letteratura triestina a quella italiana e mondiale, non è opzione esclusiva dei più giovani: la maggior parte degli artisti presi in esame, pur attraversando una poetica convenzionale, si sono rivolti alle esperienze in lingua francese, spagnola o anglofona. La prima parte del questionario, "Modus scribendi", verte sugli esordi letterari, sulla dimensione dell'autore tra poesia e prosa, sui "come" e "dove" formativi, sull’utilizzo o meno della metrica, sui linguaggi utilizzati per la costruzione del testo, da cui emerge la vocazione all’italiano o allo sloveno (in base all’appartenenza linguistica), e non quella "plurilinguistica", degli autori triestini e, mi sento affermare, anche degli abitanti in genere. La seconda parte del questionario, "Ars Poetica", si sofferma sui modelli letterari. Riporto il sunto direttamente dalle pagine del libro: 19 presenze: Ungaretti.
Per quanto concerne i filoni letterari nei quali i poeti si inserirebbero, le risposte trovano il proprio centro nell’avversione a qualsiasi forma di autoclassificazione, nonostante le linee più evocate siano quella intimista (20%) e quella civile (10%); quindi una moltitudine di piccolissimi filoni (realistico/ romantico/ esistenziale/ simbolista/ metafisico/ visionario/ umoristico-satirico/ poesia dell’esodo). In questo capitolo, dedicato all’estetica ed ai modelli, si fanno più profonde le considerazioni sulla scrittura. Nacci parte dall’esiguità di una produzione poetica dai risvolti umoristici, satirici, cinici o sarcastici, ma la sua perlustrazione evidenzia autori come Carolus Cergoly, Manlio Malabotta, Sergio Penco, Ugo Pierri e Paolo Universo, i cui testi apparvero nel 1972 sul primo numero dell’Almanacco dello Specchio accanto a quelli di Seamus Heaney, Premio Nobel. Apro a un commento di Giampiero Neri su Paolo Universo, autore pubblicato postumo frettolosamente, e senza una ricostruzione filologica della sua esperienza letteraria. Neri ricorda Universo, così, su Teatro Naturale: "A pubblicarlo, su un giudizio favorevole ma alquanto oscillante di Sereni (passavano i mesi – scriveva Universo in una sua poesia – ma tu, Sereni, col cavolo che mi rispondevi) aveva contribuito anche il parere positivo di mio fratello, lo scrittore Giuseppe Pontiggia, che allora faceva parte della redazione dell’Almanacco mondadoriano. Le poesie di Paolo Universo potevano piacere o non piacere, ma era difficile ignorarle. Molto della sua personalità, scontrosa e anticonformista, era presente nei suoi scritti, come le sue graffianti e irridenti invettive, più di superficie peraltro e prive di rancori. Ad opera di un gruppo di amici triestini, queste poesie tornano adesso a formare un nuovo libro con un gruppo di inediti che ha per titolo Delenda Trieste. Trieste, come si sa, è una delle più belle città del mondo ma i suoi abitanti amano lapidarla".
Privilegiano un immaginario di città invece, travolti dal "bombardamento del grande centro commerciale" o dal "mondo delle merci", Roberto Dedenaro e Fabio Doplicher - quest’ultimo curò tra gli anni ’80 e gli anni ’90 anche importanti e monumentali antologie come Poesia della metamorfosi (Roma, Quaderni di Stilb, 1984), Il teatro dei poeti (Roma, Edizioni Circuito Teatro Musica), Antologia europea. Le prospettive attuali della poesia in Europa (Avezzano, Stilb, 1991). Il continuo rimescolare le carte della storia ha fatto di Trieste un laboratorio interessante, ed oggi per mezzo di una comunicazione efficiente (agevolata anche da internet grazie a cui sono stati spediti la maggior parte dei questionari) le tendenze letterarie della città sono state ricostruite, con notevole attenzione ad ogni minima scossa o movimento. Il risultato è un quadro dell'avventura "poetica" della città, che non si ferma agli autori citati, ma segue il percorso su fino alle ultimissime generazioni. Le ultime significative parole del saggio di Luigi Nacci, richiamano non solo la lapidazione di Trieste come "modus vivendi" del triestino, o la sveviana fine del mondo (e, satiricamente, dell’esistenza parassitaria dei poeti), ma il compito sociale della nuova cultura cittadina: "Se l’intellighenzia triestina avrà il coraggio di guardarsi realmente allo specchio, spogliata dei pizzi e dei merletti del passato, delle retoriche e delle mitologie, crudamente, forse una nuova stagione culturale e letteraria avrà la possibilità di fiorire. In caso contrario la città continuerà a inaugurare busti di bronzo alla memoria di un tempo tramontato. Saba, Svevo, Slataper, Stuparich, Joyce rimarranno a rinverdire le cronache cittadine. Fino al giorno in cui un triestino «fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie»".
In attesa di questa nuova stagione, nella speranza che il saggio di Nacci non motivi l’ulteriore posizionamento di busti votivi a Trieste, abbiamo la possibilità, come lettori, di approfondire gli elementi che questo lavoro dissemina, la cui estrazione più che farci arrampicare nelle viscere della terra, dona spazi e possibilità alla nostra immaginazione, su, fino alla fine dell’Adriatico. Christian Sinicco (dettagli)
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