Umberto Piersanti (UP): Sì, quello che dice Pasolini è vero. LN: Nella sua poesia un ruolo centrale è rivestito dal rapporto tra soggetto e luogo, laddove il luogo è prima di tutto la natura (marchigiana), una natura che, come afferma Galaverni, "non ha bisogno di essere antropomorfizzata, bensì è sentita nella sua dura presenza, nel suo carico di vita pulsante e erotica, senza mai scivolare nella facile pacificazione del verso bucolico". Lei ha lavorato assieme a Doplicher, un poeta che ha fatto della metamorfosi una delle proprie figure principali di poetica: metamorfosi del luogo, della materia che lo compone, liquidità magmatica del paesaggio, mondo-discarica in cui il ferro e la ruggine prevalgono sul dato naturale, modificandolo, rinnovandolo. Doplicher, intellettuale immerso nel suo tempo, ha esplorato lo spazio delle periferie, delle bidonville contemporanee. Piersanti come fa a rimanere intellettuale del suo tempo, immerso nel suo tempo (e lo dimostrano anche tutte le sue attività) pur cantando uno spazio antico, quasi anacronistico? Non c’è il rischio che questo avventurarsi per i suoi colli, i suoi luoghi persi, [titolo del suo volume di versi pubblicato per Einaudi nel 1994] si trasformi ad un certo punto in una fuga dalla realtà, una sorta di de-responsabilizzazione? UP: Paolo Volponi una volta disse che in Italia "locale" fa rima con "universale", non "localistico", e aveva aggiunto: come potremmo spiegarci un Pascoli senza Romagna e Garfagnana, un D’Annunzio senza Abruzzo e Versilia, un Pavese senza le Langhe, un Saba senza Trieste, un Montale senza Liguria, etc.? Anche a livello della grande letteratura mondiale: ho finito di leggere Walcott, Walcott è radicato nell’isoletta di Santa Lucia, e lasciamo perdere Gabriel Garcia Marquez. Le radici sono un elemento importante. Naturalmente non per tutti, ma per una grande parte della poesia. Seamus Heaney ad esempio è radicato anche lui nella sua torbiera. Il problema però è che troppo spesso i luoghi diventano superficiali o consolanti, idillici – anche se io non odio la parola "idillio".
Cosa sono le "Cesane"? Non le ho scoperte io, le ha dipinte Piero Della Francesca, Paolo Uccello, Raffaello Giovane, Raffaellin del Colle, Luca Signorelli, le ha cantate Pascoli in una famosissima poesia (Campane a sera) e Volponi c’ha ambientato uno dei suoi romanzi più importanti, Corporale. Poi sono arrivato io e ne ho fatto una mia ossessione... Quando io ho fatto il mio primo viaggio in una treggia, carro senza buoi, con due stanghe sotto a mo’ di slitta e c’era il sacco di farina che perdeva – questo spettacolo è più vicino al 1200 che al 2005. Però attenti: poesia di natura e di campi è un luogo comune e facile, che tra l’altro mi ha comportato l’antipatia di tutti i poeti metropolitani, in particolare di vari milanesi. Sono in buona compagnia perché anche Leopardi (io sono un po’ - parecchio - di meno, eh) andò a Milano e gli dissero: "perché non scrivi come Berchet?". Questo scrive "donzelletta" come Monti, viene da quel borgo marchigiano, è fuori dalla modernità. La natura è piena di inganni. Se io comincio a dire: com’era bello quel tempo, mangiavamo il granturco che non era transgenico, l’aria era buona, davanti al camino si raccontavano le storie… era un mondo anche durissimo, un mondo in cui una donna che aveva abortito doveva ritornare nel campo a tagliare il grano. Quando mi dicevano: "Umbertino non passare davanti a Chespasso perché lì c’è una vecchia che se ti guarda ti fa il malocchio!". Allora io facevo quattro chilometri per non passare di lì… Altra piccola storiella (la gioco come quando faccio le letture di poesia pubbliche, per un pubblico che non è avvezzo alla poesia - lo faccio spesso): quando io ero piccolo mi mandavano in colonia, quella dei preti e quella dei comunisti, l’importante è che mi davano da mangiare, non gliene fregava niente ai miei quale era l’impostazione ideologica della colonia. In quella dei preti si facevano peccati solitari, in quella dei comunisti lo stesso... la differenza era che in quella dei comunisti non ci si confessava, in quella dei preti sì. Non c’erano altre differenze profonde. In quella dei preti, che guarda caso era in Romagna, a Misano Mare, m’innamoro di una bambina, tutta bellina, di Firenze, Lucianina, e il prete, invece di farmi mangiare vicino alla bambina, mi fa mangiare sempre vicino a un ragazzetto di Cesena, mostruoso, con la faccia tutta butterata.
Sono un poeta non metafisico. Anche la parola "spirituale" mi rompe, mentre credo di avere una forte percezione "emotiva e spirituale" delle cose. Ecco allora che Umberto Piersanti poeta delle Cesane non è il poeta del buon tempo antico ma è il poeta di un mondo dell’altrove, un mondo che si è visto sgretolare tra le mani e in questo mondo c’è sia l’uccelletto che viene mangiato, divorato dalla vipera nel suo primo volo; c’è la crudeltà, la paura, la morte; ci sono quelli che uccidono il mugnanio il giorno che è andato a far festa. Sulla lingua: io appartengo alla tradizione centrale, non sono né settentrionale, né meridionale, non sono né barocco come spesso sono i meridionali, e non sono né con l’abbassamento prosastico come imperano i milanesi che ormai dettano legge a tutti - per cui tutti in Italia si adeguano alle volontà di chi dirige le grandi case editrici. Io c’ho nell’orecchio questi suoni: c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico, io vivo altrove e sento / che sono intorno nate le viole. Oppure: Silvia rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieta e pensosa, il limitare/ di gioventù salivi?. O Ancora: I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / Van da San Guido in duplice filar… Galaverni dice: Piersanti è anacronistico… In Italia hanno tutti paura di essere anacronistici. Il terrore in questo paese vecchio è di essere definiti vecchi. Però il mio ancronismo è questo: c’ho ancora un canto, un ritmo e un suono che so che naturalmente deve misurarsi col presente e c’ho un mondo di immagini a cui voglio dare una compiutezza. Voglio individuarlo come un altrove. Niente è più banale del parlare dei luoghi in modo semplice. Ho vinto la scommessa? Non lo so, io dico di sì. La differenza con Doplicher: Fabio ha in presa diretta la modernità, la soffre, e allora c’ha il catrame, i dolori, il petrolio; nello stesso tempo è attratto profondamente dalla natura: Come i biancospini di Montebello / oggi accecati di edifici... e poi Doplicher è triestino: è una lingua di un italiano perfetto (fa anche le poesie in dialetto triestino ma c’è arrivato molto dopo), un italiano di quelli di frontiera, che sono anche molto precisi, il mio invece è un italiano che non è quasi mai dialettale, però c’ha una koiné centro-italiana che tutti possono capire dalla Calabria al Cadore: la biscia "sguilla" tra l’erba, non scivola: tutti mi capiscono. Doplicher è ossessionato dalla modernità, la affronta, è inquieto, c’ha un più forte senso del sociale del sottoscritto. Io un tempo ho fatto anche poesie un po’ impegnate, ma tanto io sono uno di sinistra che ama poco la sinistra italiana, non perché dico che è troppo poco di sinistra, ma perché è troppo sinistra e troppo scema, ha creduto ad ogni ideozia: nel ’45 ha creduto a Stalin, durante la rivoluzione culturale cinese – che adesso sanno che è costata 50 milioni di morti – trovatemi un intellettuale italiano che non è stato per Mao; oggi vedono solo Bush ma i tagliatori di teste non li nominano mai. Allora, se D’Elia mi fa le poesie sul Kosovo mi deve raccontare delle fosse. Oramai ho una grande diffidenza verso l’impegno, primo perché in genere nascono le poesie peggiori, per esempio Gianni [D’Elia] è un poeta che stimo ma non tanto nella versione dell’impegno quanto nella rappresentazione di una generazione che ha trovato le sue inquietudini, le sue angosce.
Sono il poeta che ha ancora la percezione del canto. Sono il poeta che si inventa una sua mitografia. Sono un poeta non amato e non popolare (c’ho i miei estimatori), tra i giovani non vado forte, però sono destinato ad essere sempre più valutato, col tempo, perché comunque sono andato controcorrente sul serio, ma non per fare quello che va controcorrente… per raccontare un mondo inattuale, ma, per questo, ancora più profondo e importante, perché nello scontro col mio mondo inattuale è nata la civiltà d’oggi. Io ho raccontato e sto raccontando questo passaggio. Mi sono trovato una strada difficile, perigliosa, ho la fortuna di avere anche dei grandi editori, situazioni forti, però ripeto: è una strada isolata. Nonostante qualche esclusione qua e là, Umberto Piersanti è destinato a mio parere a crescere: le mie poesie si imporranno sempre un po’ di più – lasciatemi finire con questa sparata… non sono un vanitoso. Credo che la poesia è una cosa straordinaria ma bisogna sempre ricordarsi che camminare tra gli alberi, mangiare la mortadella, e far l’amore in mezzo ad una macchia è rimasto sempre il senso vero delle cose. LN: Nel 1982 in un intervento per il convegno internazionale di Fano organizzato dalla rivista "Stilb", lei auspicava, di contro alla prospettiva di un mondo letterario "calderone di favori, di controfavori, banalità", etc., la nascita di una vitalità nuova grazie alla provincia italiana, intesa come "luogo attivo e concreto che si proietta nel locale e nell’universale". Si guardi indietro: ciò è avvenuto? La provincia italiana ha davvero evitato il tracollo dell’ambiente letterario? Oggi, se dovesse auspicarsi qualcosa per il futuro della nostra poesia, cosa auspicherebbe? UP: Una volta ho fatto uno studio su Radio3, che pure è la radio migliore e che dà più spazio: se vediamo le presenze dei romani e dei milanesi sono assurde – insieme formano più dell’80% delle presenze. Roma e Milano rappresentano due centri di grande potere, Milano con l’editoria e la grande stampa e Roma con la grande stampa, la televisione e oggi anche con un’editoria che si sta cominciando ad affermare. La provincia è vero che è vitale: siamo in Romagna, la poesia dialettale romagnola è stata una delle grandi componenti, Mengaldo addirittura dice che Baldini è il più bravo di tutti. Siamo a tre passi dalle Marche: c’è la mia presenza, c’è quella di D’Elia, di De Signoribus, Scataglini (grosso poeta scoperto dopo), Paolo Volponi (poeta e grandissimo romanziere), con una differenza: Paolo Volponi come i più vecchi andava a Roma o Milano, gli altri marchigiani sono rimasti nelle Marche: è una regione buona per la poesia.
Tu sei triestino, non è più la Trieste di un tempo ma qualcosa si muove. La Toscana non è più quella di Mario Luzi però ancora c’è qualcosa. Il Sud è messo un po’ male anche perché c’è questa emigrazione su Milano e questo appiattirsi sulla televisione: ogni iniziativa del Sud se c’è la televisione son disposti a pagare i milioni… c’è questa svendita paurosa… invece la gente risponde benissimo: io sono stato nel Gargano e nel Salento, ho venduto molti libri, però gli amministratori e i poteri forti sono molto peggio dei nostri. Sai cos’ho fatto la scorsa estate? Io, due musicisti, un violinista, e un chitarrista, una donna bellissima vestita di nero (due tette da morire da sotto il palco, wow, che ti schiantano) e io in mezzo con le poesie… poi mi facevano le domande: "cos’è un poeta, a cosa serve", e io andavo a dire che il poeta non è un cantautore, non è che andavo a solleticare i gusti del pubblico. Nove piazze marchigiane, paesi piccolissimi, alla fine: 20 copie vendute nella media per ogni lettura. A Numana una ragazza di Treviso mi ha detto: "è il primo libro di poesia che compro in vita mia, se non l’ascoltavo non l’avrei mai comprato". C’è un pubblico che dobbiamo andare a cercare, non con la poesia bassa o con l’infinità di autori locali che leggono i loro dialetti da quattro soldi (c’è la grande poesia dialettale ma c’è anche quella mostruosa). Bisogna però andare a cercarlo, a conquistarlo un po’. I romani e i milanesi non sono interessati, gli interessa essere su Fahrenheit e sulla televisione e avere la recensione sul "Corriere della Sera", non tutti: Loi è uno pronto ad andare dappertutto, come lo era Luzi, anche Giampiero Neri, anche se non gli dai una lira. Io ho portato la poesia a un pubblico diverso. Se lo provassimo a fare? La provincia potrebbe essere anche questo. Se vado a leggere a Milano o Roma mi ritrovo sempre con qualche altro poeta che pensa: "ma Piersanti...", c’è la battutina dietro... chi mi vuol bene, chi mi vuol male…
Una volta viene una ragazza da me, mi fa: "Professore le devo far leggere il mio libro di poesie". Io l’ho sentita per telefono, è una donna, magari è anche bona… facciamola venire. Arriva, era anche carina, pesarese, un po’ stronza, dopo un po’ mi legge le sue poesie e io le dico: "ma perché lei mi ha scelto per farmi sentire?". "Eh", dice, "così…". Ed io: "M’hai mai letto?". "No" dice lei, "io leggo solo me stessa e i classici". Allora le ho aperto la porta e nonostante fosse bona l’ho buttata a calci nel culo giù per il corridoio. Vedi questo festival di Riccione [Parco Poesia]? Riesce tutto bene e perfetto, ma dobbiamo aggiungere a questo le letture nelle piazze, nelle serate, nei teatrini, sperando di conquistare un pubblico diverso. La poesia non può avere le masse ma non può accontentarsi di un pubblico d’archeologia. Voglio sperare in una vita un po’ più onesta. Vivo nell’università che è il luogo più disonesto della terra dove ogni concorso è falso – compreso il mio – per cui spero per la poesia una dimensione più onesta, un’attenzione un po’ più vasta, una capacità di leggerci un po’ di più almeno tra di noi, e un’attenzione regionale non di tipo bossiano, non per i celti o le sagre saracene, ma per quello che l’Italia delle sue varie parti produce. Umberto Piersanti (dettagli)
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