Già al centro di numerose collaborazioni con prestigiosi nomi del panorama musicale italiano ed europeo (Massive Attack, Pino Daniele, Orchestral World Groove), Raiz, artista poliedrico, ritorna sul palco di Monfalcone in occasione di "Konzert-Racconti in versi e musica".
Sarah Gherbitz (SG): Com’è avvenuto il tuo incontro con Luigi Cinque e quali sono state le tappe principali della vostra collaborazione? Raiz (R): L’incontro è avvenuto grazie al fatto che siamo musicisti e frequentiamo un ambiente comune. Luigi un giorno mi ha chiamato, pensava che la mia voce fosse adatta per della musica che aveva scritto, io ci avrei dovuto mettere la voce e i testi. SG: Franco Cassano, l’autore de Il pensiero meridiano, scrive: "Il confine non è il luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera". Qual è la tua interpretazione del multiculturalismo? R: Oggi viviamo un momento veramente difficile, nel senso che il multiculturalismo è visto fondamentalmente come globalizzazione, è l’appiattimento di tante culture rispetto ad un solo e unico modello dominante. Per dirla con una metafora alimentare, il nuovo multiculturalismo ignora le diversità del cibo del mondo, come se fossimo tutti quanti seduti davanti ad un panino di McDonald's. Come se fossimo tutti uguali perché dialoghiamo davanti a questo panino, alla fine ce lo mangiamo tutti e quindi è un tratto comune di tutti. Si tratta quindi di far dialogare le culture in maniera attiva e approfittare anche degli elementi che le fanno scontrare; comunque meglio un sano scontro che ognuno a casa sua anche perché il destino del mondo si gioca proprio qui. Quindi, direi oggi più che mai che i confini si muovono, il multiculturalismo è importante solo se interpretato come un arricchimento. Per tornare alla metafora alimentare, laddove oggi il multiculturalismo è la globalizzazione, ovvero l’appiattimento davanti allo stesso panino di McDonald's, io sono per il condimento del riso basmati con ragù napoletano e pane arabo…
SG: A proposito di ragù napoletano, le tue radici stanno a Napoli, poi hai affrontato diversi spostamenti… Ma quanto ti senti ancora legato alla tua città d’origine? R: Sono molto vicino a Napoli, ma anche molto lontano, nel senso che per me essere napoletano è più un sentimento (come dice Pino Daniele) che una situazione di fatto. Infatti io oggi mi sento un po’ spossessato rispetto al passato, diciamo che resto attaccato a delle cose di Napoli che non esistono più in quel luogo; sento di appartenere alla cultura napoletana, che è poi la cultura dei migranti, la cultura dell’apertura, della solidarietà, la cultura di accettare e mai rifiutare, quella per intenderci della città porosa che descriveva Walter Benjamin… insomma, Napoli è la spugna che assorbe, assorbe, assorbe senza mai rifiutare. Napoli è stata così in passato, oggi non lo è più! Evidentemente è una città sempre più cinica, moderna forse, cattiva con tanti "pro" e tanti "contro". Scherzi a parte, il mondo di cui parlo è un mondo che mi piacerebbe vedere realizzato, è un sogno più che una realtà. La "mia" Napoli fa parte di questo sogno, e quindi uso il dialetto non come segno di appartenenza ma appunto come bandiera bianca, come bandiera di cittadino del mondo. Il mio napoletano non esprime "napoletanità" perché cerco di coniugarlo sempre ad altre musiche, ad altre culture; quasi nel tentativo di dimostrare che se il dialetto di un piccolo posto del mondo riesce ad entrare in dialogo con il resto della musica mediterranea, o con quella indiana, quindi se si va d’accordo sul pentagramma, allora tutti noi potremmo vivere in uno stesso mondo senza guerre, senza togliersi l’uno le cose dell’altro: questo è il mondo che mi piacerebbe vedere, e che naturalmente non c’è! SG: Com’è scaturito il tuo interesse nei confronti della poesia? R: Dobbiamo risalire all’infanzia! Il mio amore per la poesia e per la letteratura è la molla che mi ha spinto a scrivere le canzoni… io vedo tutti queste modi d’espressione come facce della stessa medaglia, come un solido con molte facce. Anche fare l’attore, interpretare un personaggio in un film per me è come interpretare una canzone... è chiaro, ci sono delle cose che so fare di più e altre che ho soltanto provato e quindi le so fare di meno, ma credo, spero di poterle fare meglio in futuro... ho fatto anche teatro e un po’ di cinema… Ecco, vedo l’espressione artistica come un fiume la cui corrente viaggia in un’unica direzione. Non distinguo tra il mio essere attore, oppure il mio essere interprete di canzoni o di poesia. Per me ciò che conta veramente è il mio essere interprete di un qualcosa, del sentimento che hai dentro e che lasci andare. SG: Progetti futuri?
Raiz (dettagli)
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