Senza clamori, alcuni poeti che già anni fa entravano in antologie, in selezioni come quella degli inediti al Premio Montale, escono, pubblicano e si confermano. E’ il caso di Italo Testa, nato nel 1972, originario di Castell’Arquato, borgo medievale a ridosso dei Colli Piacentini. Ha pubblicato lavori, sperimentali ma provati, quali Gli aspri inganni (Lietocolle Libri, Como, 2004 – pag. 38, euro 10), Biometrie (Manni Editori, Lecce, 2005 – pag. 96, euro 10) e Sarajevo tapes (Edizioni d’if, Napoli – e-book). Su Gli aspri inganni (1), riporto una parte della postfazione di Frene: "è un poemetto, sapientemente costruito ad anello, che inizia con uno stato di veglia/insonnia e si conclude con uno stato di sonno/ipnosi: in mezzo si staglia, nitida nella sua ineluttabilità seppur sfuggente, la vita, rappresentata continuamente dalla triplice immagine – talmente ricorrente da creare una sorta di moto statico ed ipnotico – del nuoto, del nuotatore, dell’acqua." La finzione che il poeta ha creato, qui, si potrebbe affermare lambisca le vie, le prospettive di verità, o la vita nella sua individuazione nel mutamento; e in continui giochi di emersioni e di immersioni tra questi concetti, sponde non prive di interrogativi e di silenzi tremendi, questo fare orienta il lettore alla ricerca di una risposta, pure nei pressi dell’attimo ultimo percepibile dove si rappresenta l’indistinto, dove ogni forma è risucchiata – come all’interno di un ganzfeld (2) o nell’oscurità più fitta –, e a questo proposito si leggano i brani I e IV del poema (3): I. Devi fare attenzione, orientare lo sguardo IV. A chi appartiene l’acqua che il nuotatore
Un mescolare ad opera del poeta, non tanto l’acqua, ma le carte, ritorna in Biometrie (6): la prima stesura del libro è riconducibile alla selezione di inediti del Premio Montale 2002 (testi che non hanno visto la pubblicazione per lo scioglimento, l’anno seguente, del concorso); ma il libro pubblicato da Manni Editori è stato ampliato notevolmente, è cambiato di forma, sono state accolte nuove sezioni; smembrato, si è riassemblato come un magnete, il cui campo è da misurare attraverso una ricognizione quotidiana, e con precisione e calma. Innanzitutto: per biometria si intende la scienza che studia come classificare l’essere vivente a partire dalle caratteristiche fisiche, ovvero dalle impronte digitali, dall’iride, dalla voce. Le caratteristiche, da cui si parte, permettono il riconoscimento di un individuo. Ma se pensassimo per un momento all’essere, e alla compresenza in esso dell’ignoto, dell’ancora oscuro, o di ciò che non abbiamo ancora visto o che non vogliamo vedere, come rendere riconoscibile l’irriconoscibile?
Per il fatto di essere interdipendente dal mondo e dalle sue proprietà, evidenze, natura, la poesia di Testa sogna e si misura attraverso una scrittura invasa da visioni di maree informi che, appunto, si versano, allargano l’orizzonte, allagano lo sguardo. Ed ecco il mondo, l’uomo, il suono, il formato e l’informato. Attraverso questo processo, la scrittura diventa finzione possibile, si fa sociale, ma non orienta solo tra le scansie dei centri commerciali o su di un gorgo di pixel dove i messaggi vengono spediti a casuali destinatari, lettori, pubblico variegato: costringe ad allontanarci da ciò che batte alle lamiere come se fossimo noi queste tempie, queste teste con cappello che ignoranti percorrono il flusso indistinto del tunnel, incidentati a causa delle illusioni di massa, sbattuti come vane assenze o come richiami del niente. L’invito che viene rivolto è quello di andare oltre la fluida geometria del dolore o l’indifferenza della prospettive che animano i nostri esistere: Testa non c’è lo dice, ma ce lo fa intendere benissimo. E’ un libro, questo, che, a tratti e in bassa frequenza, denuncia, ci denuncia. "Imputato… Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?" scriveva De André (7) in Storia di un impiegato (1973).
Gli occhi di Testa, nella foresta degli inganni come nella città di specchi, attendono per lacerare, non per imprigionare o liberare. Da divinità di acciaio sulla corda dei suoni, questa poesia ci assale, morde ciò che nella nostra società prevarica, precisamente la paura della morte, che guida le azioni della moltitudine. Sì, al suo estremo, l’irriconoscibile ha sicuramente le sembianze della morte; e allora perché non annientare tutto, tutti, ogni relazione assieme alla nera, suadente, signora? Forse sarebbe meno ipocrita questa alternativa, solo per il fatto di rispondere ad una legge che non si nutre di appelli e ricorsi (8): Legioni Quelli che sono morti prima non contano, Quelli che stanno per morire non contano, Quelli che sono ancora vivi non contano, Quelli non ancora nati non contano, Se il centro è la morte, o l’estremo, assurdo, tragico paradosso del pensiero, la vita allora fuoriesca, si salvi, arrivi pur sfrangiata, si creino differenze dalle quali il significato possa essere astratto, estratto. Leggendo Biometrie pare che questo possa accadere – la vita – a patto che non si scelga di rappresentare la ripetizione dell’apparenza, o delle propagandate ideologie alle quali si aderisce in una data società. Questo è il muro a fianco che accompagna la lettura della raccolta.
Risente, questa poesia, anche del pessimismo: esso avvolge le sorti dell’essere, come se l’orrore non potesse avere fine. E, come se non bastasse l’evidenza fornitaci dalla natura, dal mortale, dal nostro decadere, ora, a provarci, ad addolorare, è pure la società. Ma quest’ultima da cosa alimenta, da quale oroscopo maligno ci informa, quali le ultime profezie? Quali le ultime svendite di senso? Chi programma tutto questo dolore? Spacciatori celesti? Un altro azzurro ci chiama, da un altro limite, libero, dell’irriconoscibile (10): tre a questa luce non sei abituata Al profilo di te che il letto accoglie Questa scrittura oltrepasserà il vetro, e noi con essa? E’ un cambiamento, che chiedo, a questo poeta, pena – già non ne fossimo gravati abbastanza – la ripetibilità, stavolta dell’arte, la cristallizzazione di questa scienza ad opera dell’inventore, lo spolparsi definitivo delle matrici (11) e di chi ne ha calcolato le prime derive, di chi ha tentato di misurare i legami tra identità e collettività. Abbozzerà questo poeta una teoria e una pratica dell’azione nella nostra società? Dopo le misurazioni il prototipo volerà verso la luna, oserà configgere artigli nelle stelle? Grazie all’apertura interpretativa di Biometrie, alle modalità del suo complesso assemblaggio, alle differenze stranianti tra testo e testo, tra sezione e sezione, oggi sappiamo dell’irriconoscibile, ne percepiamo i movimenti, gli attesi allarmi, ma riusciremo a liberarci? Riuscirà l’artista a violare le proprie istanze formative? Il guanto di sfida è lanciato: un giorno osserveremo quanto la poesia dell’autore abbia aderito, o voluto aderire, alla muta indifferenza di questo gesto, se si vuole, "critico".
L’analisi dell’opera più sonora di Italo Testa, Sarajevo tapes (12), e-book del tutto gratuito, è uno tra i suoi testi più efficaci. E’ un lavoro, questo, che risente soprattutto della poesia del primo Antonio Porta (13), fino al 1968 – dunque degli scritti precedenti a Metropolis. Di questo lavoro non rimangono che gli occhi delle case bombardate, crivellate, illuminate, della Bosnia. È un testo che, a mio giudizio, non necessita di un intervento articolato: è un diario. È un diario scritto a posteriori, o sul momento? Testa afferma che è stato scritto a margine della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, a cui ha partecipato, e si nota una spontaneità maggiore, una scrittura quasi automatica, e un attento lavoro di perfezionamento, più che rielaborazione. La prima data di questo diario è il 15 luglio 2001: i primi cinque testi sono scritti in viaggio da Venezia ad Ancona, dove si assiste ad un imbarco: V [mare adriatico: h 24] questo non è una nave. questa non è una nave. questi animali non sono uomini. questa non è una nave. Il fatto di nominare dal negativo, evidenzia un atteggiamento di sfida (trasporto artisti / affilate i coltelli), energico, e teso a scardinare l’umanità (manichini in coperta / animali nella stiva) presunta del poeta, i cui istinti si catapultano sull’oggetto da afferrare come un’arma.
Il 16 luglio, dopo l’approdo a Spalato il viaggio prosegue verso Mostar, quindi si procede risalendo la Neretva e si giunge a Sarajevo, dove la stella rossa dell’heineken campeggia sulla conca scavata dalla Miljacka e dalla Bosna, e accanto ancora i fori sulle case, buchi da cui potrebbe uscire un gregge di pecore e dove, seguendo i giorni e le bianche distese bombardate, si potrebbe pensare: X [Sarajevo: ulica zmaja od bosnie, h. 17] sul viale d’immissione scendi dall’autobus e cammina
Ognuno può premere il loro interruttore, vedere le piazze, il mercato, ogni cosa animarsi grazie a questa scrittura. Christian Sinicco (dettagli)
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