Tanto meno immaginavo che la cultura nipponica sarebbe in futuro diventata una delle mie passioni più radicate e che quindici anni dopo, nell’estate del 2000, sarei riuscito in fine a vedere coi miei occhi il paese del Sol Levante. Luglio 2000 Il primo lembo di terra nipponica che scorgo dal finestrino dell’aereo è costituito da terreni coltivati a piantagioni di riso, intervallati e interrotti da piccoli agglomerati di case e da centri urbani che si fanno via via più grandi. Poi Narita. Il grande aeroporto internazionale di Tokyo, situato in una zona periferica, si presenta avvolto in un’umidità serale e immobile. Luglio è il mese che vede terminare la stagione delle piogge per lasciare successivamente il posto all’estate soleggiata dal clima secco. Prima di immergermi nel caldo afoso dell’esterno, vengo sottoposto, insieme al mio bagaglio, a diversi controlli da parte del personale dell’aeroporto. Ciò che preme maggiormente è che non porti con me armi: in Giappone le armi da fuoco sono illegali. Entrare in una casa giapponese è davvero un’emozione particolare. Il vestibolo dove lasciare le scarpe, i tatami che costituiscono il pavimento, le pareti scorrevoli in carta di riso e i futon preparati ogni sera per dormire convivono con un arredamento prettamente occidentale. In bagno c’è una zona doccia dove ci si insapona e una vasca in cui successivamente ci si immerge per rilassarsi, facendo una specie di sauna. A momenti mi sembra di essere entrato in uno dei fumetti di Rumiko Takahashi, in "Lamù", o ancor più in "Maison Ikkoku", tanto l’ambientazione della casa è simile a quella dei disegni. Un appuntamento fondamentale di questo viaggio è il matrimonio di Sayaka, sorella di Rio. Per assistere alla cerimonia ci spostiamo a Karuizawa, una bella cittadina nella prefettura Nagano, famosa regione turistica ricca di paesaggi lussureggianti e di terme naturali. L’aspetto di questo posto è tipicamente vacanziero: stradine strette, piccolo centro, poche automobili, alberghi, verde, negozietti ovunque, tranquillità. Il matrimonio di Sayaka si svolge in una chiesetta cattolica dedicata a San Francesco. Si dice che i giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani e muoiono buddhisti. Certamente è un’esagerazione ma descrive sinteticamente la tendenza di questo popolo a cogliere i caratteri più interessanti da diverse culture per armonizzarli secondo il proprio gusto. La cerimonia comunque ha alcune varianti della tradizione locale: c’è una formale presentazione delle reciproche famiglie degli sposi ( nella quale vengo presentato anch’io come amico italiano! ) e prima di entrare in chiesa gli sposi sostano nel giardino, con alle spalle gli invitati, e assistono al rituale della scacciata degli spiriti negativi da parte del sacerdote che suona una campana. Dopo le nozze, nella sala dell’albergo prenotato per l’occasione, ha luogo un sontuoso e interminabile pranzo che prosegue tutto il pomeriggio fino a sera. E’ uno spettacolo guardare le tavole preparate con ogni sorta di specialità giapponesi: il colpo d’occhio è entusiasmante dal momento che dominano i colori. E i sapori, gustosi e molto vari, non sono da meno. A movimentare la festa ci pensano gli amici degli sposi che si esibiscono in balli, canti e racconti divertenti. Le compagne di università di Sayaka si trasformano nelle Morning Musume, sorta di Spice Girls nipponiche, e creano il momento più coinvolgente in assoluto. Tornato a Utsunomiya, la città di Rio, comincio ad avvicinarmi alla tipica vita giapponese. M’insegnano a usare il pennello per scrivere gli ideogrammi e mi cimento nei tre tipi di scrittura locale: hiagana, katekana e kanji. Quest’ultima, la più difficile e la più pittorica, si riproduce su fogli spessi e porosi, simili, per forma e consistenza, a pergamene. Osservando un vocabolario giapponese e pensando alle migliaia di ideogrammi esistenti, non mi stupisce che la scuola qui sia particolarmente dura. Visito un negozio di kimono e acquisto uno yukata, il tipo di kimono che si usa in questa stagione in occasione della Festa dell’estate. Imparo ad indossare questi indumenti e scopro che la fascia che funge da cintura va legata alta sopra la vita per le donne e all’altezza dei fianchi per gli uomini. Ai piedi gli immancabili sandali di legno infradito: comodissimi. Assisto alla cerimonia del tè, un vero e proprio rituale, in cui il tè in polvere viene sciolto nell’acqua con una specie di pennello. Ci sono diversi tipi di tè, tanto che una famosa bibita giapponese si chiama 16 Tè, perché composta da altrettante qualità di tè. Ma il più diffuso e amato è il tè verde. Questi aspetti tradizionali della cultura nipponica mi riportano alla mente i romanzi dei grandi narratori locali del Novecento, come Tanizaki e Mishima. La lentezza e la cura con cui si esegue la cerimonia del tè, o la ritualità nell’indossare un kimomo o nel suonare la chitarra giapponese o il koto ( altro strumento a corde ) sono particolari importanti che fanno apprezzare non solo il contenuto ma anche la forma. E la cultura nipponica predilige i piccoli particolari e cura molto la forma. Mi cimento pure nei passatempi più popolari. All’interno di un parco naturale provo a pescare come un novello Sanpei. La quiete del laghetto e del bosco è incredibile, le cicale urlano senza sosta ricordando a tutti che siamo in estate. Con Rio e sua mamma partecipo a una gara di ping-pong nel club sportivo che settimanalmente frequentano. Passo qualche ora in un Manga & Internet Cafè, ambiente giovanile in cui navigare in rete e leggere fumetti, bevendo Calpis, una bibita non gassata a base di latte. La sera, dopo cena, nel giardino della casa di Rio, ci divertiamo con i fuochi d’artificio come si fa sempre in Giappone durante l’estate, in attesa della grande Festa. La cucina giapponese merita una menzione particolare. Devo dire che prima di venire qui avevo assaggiato solo il sushi, piatto a base di pesce crudo, riso e salse aromatiche, e gli o-nigiri, spuntini di riso ripieno di carne, pesce o verdure avvolti in una foglia di alghe pressate. Scopro con piacere che i gusti e gli ingredienti di questa cucina sono numerosissimi, i piatti tutti molto accurati e comunque salutari: abbondano il pesce, la verdura e la frutta, pochi i grassi di carne e dolci, riso al posto del pane. Su tutto, le mie preferenze vanno a ramen, tagliatelle di farina di frumento in brodo, tenpura, piatto misto di pesce, verdure e alghe passati in una pastella e fritti, sukiyaki, diversi tipi di carne e verdure cucinati al momento in una pentola contenente brodo, zucchero, sakè e salsa di soia e intinti poi nell’uovo sbattuto e nel riso, e gyoza, sorta di ravioli di farina di riso ripieni di un impasto di pesce e verdure che preparo personalmente insieme ai miei amici. Spesso presenti nei pasti giapponesi sono poi il tofu, i funghi, il miso, cioè pasta di fagioli di soia bolliti e fermentati con sale e lievito, e grandi ravanelli. Ciò che più mi affascina della cucina locale è un particolare modo di preparare le pietanze in una pentola di terracotta o metallo, posta al centro della tavola su un fornelletto. |
Corrado Premuda (dettagli)
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