Teresa Sadar

Il teatro attraverso la filosofia di Gilles Deleuze (1)

Questo è tale da “smuovere lo spirito al di fuori di ogni rappresentazione, e di fare dello stesso movimento un’opera, senza interposizione; di sostituire segni diretti a rappresentazioni mediate; di inventare vibrazioni, rotazioni, vortici, gravitazioni, danze o salti che tocchino direttamente lo spirito. È questa un’idea da uomo di teatro, un’idea da regista, in anticipo rispetto al suo tempo.”[16]

Per quanto riguarda Kierkegaard, la critica e la meditazione sul movimento lo condurranno a porsi “il più alto problema teatrale, il problema di un movimento destinato a toccare direttamente l’anima, a essere il moto dell’anima”,[17] la soglia attraverso la quale Nietzsche riterrà inizialmente di poter condurre Wagner, nonché una delle principali sfide raccolte dai grandi protagonisti del teatro contemporaneo: il superamento della rappresentazione come imitazione.

Deleuze riscontra qui i presupposti anche per una futura rivoluzione teatrale, non realizzatasi contemporaneamente ai grandi mutamenti avvenuti in ambito filosofico, di cui entrambi furono responsabili, ma a questi intimamente connessa. In Nietzsche ad esempio, l’idea di un nuovo teatro prende forma con la Nascita della tragedia e prosegue fino allo Zarathustra, lungo tutto l’arco del suo percorso filosofico, come un leitmotiv del teatro dello humor, della leggerezza, della danza, contrapposto alle sofisticazioni wagneriane, simbolo di una società e di una cultura che si avviava a subire profonde modificazioni.

Sempre pensando a Nietzsche, emerge il tema della maschera, come uno degli elementi collegati al superamento del teatro filosofico della rappresentazione: svuotati di senso i sistemi filosofici, il soggetto/“primo attore” si eclissa, ma non scompare dalla scena, sulla quale continua inevitabilmente ad agire.

La maschera, che non può colmare al suo posto lo spazio vacante, suggerisce, però l’immagine di un pensiero che avvicini quest’ambito problematico senza porsi come surrogato. Un esempio tra tutte: la maschera neutra, che cancella il volto ed ogni espressione significante di colui che la indossa, che costringe e annulla l’attività verbale ed espressiva dell’attore, azzerando l’individuo. D’altra parte, lo lascia intravedere attraverso lo stile di un corpo non più viziato da un’identità e intenzioni predeterminate: è la maschera che implica e sottende necessariamente tutte le altre, ed anche se non indossata, la sua impronta persiste prima di ogni altra.

È nei testi stessi di Kierkegaard e Nietzsche, nei loro esempi e nelle loro parole che Deleuze riscontra una simbiosi tra linguaggio filosofico ed espressione teatrale, al di là delle semplici metafore, e ravvisa in questo un processo la possibilità di una comunicazione diretta, di una ricezione sinestetica del testo, se lo stesso Deleuze sostiene che “lo Zarathustra appartiene tutto alla filosofia, ma è concepito anche interamente per la scena, come un insieme sonorizzato, visualizzato, posto in movimento, in marcia e in danza.”[18] Soprattutto, all’autore preme sottolineare che il fondamento del teatro “ricavato da tutte le arti che impiega”[19] (funzione del teatro come catalizzatore di tutti i mezzi espressivi) è il vero movimento, ossia l’essenza del movimento in quanto ripetizione, contrapposto al “falso movimento” hegeliano del concetto astratto rappresentato.

Deleuze parla qui di un teatro della ripetizione, del movimento quale ripetizione, come di un ambito pre-teatrale capace di entrare immediatamente in risonanza con chi lo sperimenta, di maschere che si susseguono senza ancorarsi a personaggi, parole o gesti, dello spazio scenico mai colmato da infiniti ruoli, di cui nessuno definitivo, indicato da Nietzsche nella filosofia dell’eterno ritorno, della morte di Dio e della dissoluzione dell’Io.

Grazie al pensiero dei due filosofi, l’autore afferma di aver trovato “la conferma teatrale di una differenza irriducibile tra la generalità e la ripetizione”,[20] in virtù del fatto che il loro stile filosofico risulta intrecciato a quello di una prassi teatrale autentica, espressione della ripetizione del movimento reale e luogo di coesistenza di maschere necessarie alla costituzione della ripetizione stessa. Questa possibilità di concretizzare metamorfosi derivate dalla successione di identità mai compiute/ultime, ne fa un segno eminente d’espressione della differenza all’atto del differire.

La questione posta in Differenza e ripetizione del movimento reale come espressione della differenza e successivi sviluppi, prosegue in Conversazioni, dove Deleuze tratta del divenire-donna del personaggio principale del Riccardo III di Shakespeare, così come del divenire-cagna della Pentesilea di Heinrich von Kleist: i due protagonisti scelgono di trasgredire e tradire la norma, e da questo deriva la loro successiva metamorfosi, come un “divenire-l’Anomalo”, divenire secondo “l’elemento demonico per eccellenza.”[21]

Oltre al termine demoniaco, Deleuze utilizza quello di “mostro” nella sua trattazione della differenza in sé nel suo manifestarsi, (in maniera più diretta ed evidente anche attraverso determinate situazioni teatrali) proprio in virtù del fatto che generalmente questo emergere del fondo indifferenziato nel quale la forma si dissolve, “quel punto preciso in cui il determinato mantiene il suo rapporto essenziale con l’indeterminato”,[22] che è il pensiero, viene percepito come l’anomalo, come mostro. “Il pensiero ‘fa’ la differenza, ma la differenza è il mostro.”[23]

I motivi per cui la manifestazione della differenza non si verifica all’interno della rappresentazione tradizionale sono diffusamente descritti in Conversazioni: Deleuze inizialmente distingue la rappresentazione “orgìaca”, o infinita, indagata attraverso il pensiero sia di Hegel che di Leibniz, in contrapposizione a quella “organica”, o finita: “Quando la rappresentazione trova in sé l’infinito, appare come rappresentazione orgìaca e non più organica: scopre in sé il tumulto, l’inquietudine e la passione sotto la calma apparente o i limiti dell’organizzato, ritrova il mostro.”,[24] ovvero la differenza. Tuttavia, se la rappresentazione finita rappresenta la differenza mediandola, anche la rappresentazione infinita compie lo stesso tipo di errore: “l’errore di confondere il concetto proprio della differenza con l’iscrizione della differenza nell’identità del concetto in generale”,[25] di conseguenza in nessuno dei due casi la differenza ha la possibilità di manifestarsi.[26]

Né la rappresentazione orgìaca né quella organica esprimono quindi questa differenza che Deleuze chiama “LA determinazione”, o anche “crudeltà”, in specifico riferimento allo scritto di Artaud, il quale riteneva che il teatro dovesse diventare “un linguaggio unico a mezza strada tra gesto e pensiero […] Ciò che il teatro può ancora strappare alla parola sono le sue capacità di espansione oltre le singole parole.”[27]

La filosofia teatrale di Artaud è stata più volte avvicinata al pensiero di Nietzsche, oltre che da Deleuze (che accosta lo stile filosofico di Nietzsche ad un “teatro della crudeltà”), anche da Guattari, da J. Derrida[28] e da Michel Foucault,[29] tra le quali sembrano emergere anche posizioni diverse da quelle di Deleuze. Ad esempio, Derrida indica che Artaud persegue il superamento della differenza che genera la soggettività, in funzione di una “unitarietà molteplice”, riavvicinandosi alla metafisica, ad un’identità riconciliata oltre ogni differenza;[30] ed anche Camille Dumoulié, Jean Paul Manganaro e André Scala suggeriscono che Artaud restò legato ad un teatro rappresentativo in senso classico, nostalgico di una supposta “origine” perduta nonostante le sue dichiarazioni ed intenzioni rivoluzionarie.[31]

Gli autori citati avvertono quindi che alla teoria teatrale di Artaud non ha fatto seguito una pratica adeguata ad esprimere i suoi concetti, che in definitiva si è verificata una scissione tra l’aspirazione di realizzare un teatro pre-linguistico, pre-gestuale, di riannodare i fili col territorio da cui prendono forma tutte le espressioni umane e la spinta a riproporre un teatro-rappresentazione dell’Uguale, a riempire lo spazio scenico servendosi del linguaggio, della regia, dell’attore-martire, insomma della mediazione, conseguenza di quel falso movimento analizzato da Deleuze in Differenza e ripetizione. Come sostiene Umberto Artioli, “Artaud conosce la seduzione del vuoto, ma nell’atto di pensare al teatro lo pensa in funzione della forma, piegandosi alla tentazione dell’essere.”[32]

In ogni caso, se Deleuze fa continuamente riferimento ad Artaud, ció indica che nella sua produzione artistica vi ha comunque colto l’esprimersi della differenza, in particolare nella ricerca inesausta dell’attore di realizzare uno “spettacolo totale”, mediante la creazione di un alfabeto geroglifico di segni teatrali, attraverso cui la differenza, l’evento, avrebbe dovuto manifestarsi in scena.[33]

In Differenza e ripetizione Deleuze analizza poi la questione del rapporto tra movimento e tempo: qui lo spunto è costituito dall’analisi delle tre serie del tempo e della differenza tra cogito cartesiano e kantiano, ossia dell’introduzione, nella filosofia trascendentale, della forma pura del tempo, necessaria alla determinazione della mia esistenza indeterminata, che porta come inevitabile conseguenza all’incrinarsi dell’Io ed alla morte speculativa di Dio.[34]

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Teresa Sadar (dettagli)

Note

[1] G. Deleuze Cinéma 2. L’image- temps, Minuit, Paris 1985; trad. L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano 1989, p. 308.
[2] M. Foucault, Theatrum philosophicum, “Critique”, 282, 1970; trad. Theatrum philosophicum, “aut aut”, 277-278, 1997.
[3] M. Ferraris, Deleuze. Critica, affermatività, sperimentazione, “aut aut”, 187-188, 1982, pp. 132-133: “Se Nietzsche e Heidegger avevano sottolineato la parentela profonda che unisce arte e filosofia, sia a livello formale che a livello sostanziale […] Deleuze e Guattari hanno introdotto nella filosofia la logica delle avanguardie. Come le avanguardie proponevano nuove regole di rappresentazione, rispetto a un reale divenuto assai meno stabile di quanto il realismo, pittorico o letterario, non lasciasse intuire, così Deleuze e Guattari tentano, in Mille Plateaux, di definire sperimentalmente nuovi concetti per un pensiero che ha cessato da tempo di corrispondere alla sua immagine classica (razionalistica o irrazionalistica).”
[4] C. Bene, G. Deleuze, Sovrapposizioni. Riccardo III di Carmelo Bene. Un manifesto di meno di Gilles Deleuze, Feltrinelli, Milano 1978.
[5] G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Pour une littérature mineure, Minuit, Paris 1975; trad. Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 1996.
[6] C. Bene, Manfred – Byron-Schumann, orchestra e coro del Teatro alla Scala, direzione di D. Renzetti, Fonit Cetra, 1980, di cui viene pubblicato l’intervento di G. Deleuze, “A proposito del “Manfred” alla Scala” (1 ottobre 1980), in Carmelo Bene. Otello, o la deficienza della donna, Feltrinelli, Milano 1981.
[7] G. Deleuze, F. Guattari, Qu’est-ce que la philosophie?, Minuit, Paris 1991; trad. C. Arcuri (a cura di), Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 1996.
[8] G. Deleuze, L’Abecedaire de Gilles Deleuze, interviste televisive con C. Parnet dirette da P. A. Boutang, Vidéo Éditions Montparnasse, 1996.
[9] G. Deleuze, L’Abecedaire de Gilles Deleuze, cit.
[10] Ibidem.
[11] G. Deleuze, Il tempo musicale, “aut aut”, 276, 1996, p. 22.
[12] G. Deleuze, Différence et répétition, P. U. F., Paris 1968; trad. Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997².
[13] P. Gambazzi, Pensiero, etica. Su alcuni temi di Logica del senso, “aut aut”, 276, 1996, p. 101: “L’arte crea a partire dalla produzione di questo vuoto nella rappresentazione e nel linguaggio […] L’arte non imita e non idealizza […] L’arte è invece cancellazione, sforamento, deformazione, trasfigurazione delle forme e dei dati linguistici per portare il visto e il visibile, il detto e il dicibile, al bordo del loro Fuori […] “al fine di far sorgere il Vuoto o il visibile in sé, il silenzio o l’udibile in sé”. Cioè, la purezza dell’evento, lo splendore del senso.”
[14] Ivi, p. 4.
[15] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 16.
[16] Ivi, p. 17.
[17] Ibidem.
[18] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 18.
[19] Ibidem.
[20] Ivi, p. 20.
[21] G. Deleuze, C. Parnet, Dialogues, Flammarion, Paris 1996²; trad. Conversazioni, Ombre Corte, Verona 1998, p. 47.
[22] Ivi, p. 44.
[23] Ibidem.
[24] Ivi, p. 61.
[25] Ivi, p. 71.
[26] Chiara Di Marco, Deleuze e il pensiero nomade, Francoangeli, Milano 1995, p. 141: “Pensare la differenza in sé, al contrario, significa eliminare ogni centro,…significa aprire, decomporre la rappresentazione fino a far svanire l’identità sia dell’oggetto visto che quella del soggetto che vede ponendo così ogni cosa, ogni essere, come differenza accanto a differenze.”
[27] A. Artaud, Le Théâtre et son Double, Gallimard, Paris 1964; trad. Il teatro e il suo doppio con altri scritti teatrali, Einaudi, Torino 1978, p. 204.
[28] In riferimento a questa tematica: J. Derrida, “Le théâtre de la cruauté et la clôture de la représentation”, in L’écriture et la différence, Editions du Seuil, Paris 1967; trad. “Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione”, in La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi 1990, pp. 301-302: “Come Nietzsche – e le affinità non si fermerebbero qui – Artaud vuole quindi farla finita con il concetto d’imitazione dell’arte. Con l’estetica aristotelica in cui la metafisica occidentale dell’arte si è riconosciuta. […] L’arte teatrale deve essere il luogo primordiale e privilegiato di questa distruzione dell’imitazione; più di ogni altra essa è stata segnata da quel lavoro di rappresentazione totale in cui l’affermazione della vita si lascia duplicare e svuotare dalla negazione. Questa rappresentazione, la cui struttura si riproduce non solo nell’arte ma in tutta la cultura occidentale (nelle sue religioni, nelle sue filosofie, nella sua politica), indica quindi qualcosa di più di un tipo particolare di costruzione teatrale.”
[29] L. Chiesa, La lucida sragione. Artaud e Foucault, “aut aut”, 285-286, 1998, p. 236.
[30] J. Derrida, “Artaud: la parole soufflèe”, in La scrittura e la differenza, cit.
[31] C. Bene, Il teatro senza spettacolo, Marsilio, Venezia 1990, p. 15.
[32] Ivi, p. 106.
[33] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 36: “I segni sono i veri elementi del teatro. Essi arrestano le forze della natura e dello spirito che agiscono sotto le parole, i gesti, i personaggi e gli oggetti rappresentati, e significano la ripetizione come movimento reale, in opposizione alla rappresentazione come falso movimento dell’astratto.” L’ambiguità del teatro di Artaud è indicata anche da J. Derrida; “Artaud: la parole soufflée”, in La scrittura e la differenza, cit., p. 253: “Artaud sta sul limite;…per tutto un aspetto del suo discorso egli distrugge una tradizione che vive nella differenza, nell’alienazione e nel negativo, senza scorgerne l’origine e la necessità. Per ridestare questa tradizione, Artaud la richiama, insomma, ai propri motivi […] In questo senso, la ‘metafisica’ di Artaud, nei suoi momenti più critici, completa la metafisica occidentale, la sua intenzione più profonda e continua. Ma per un altro aspetto del suo testo, il più difficile, Artaud afferma la legge crudele (cioè, nel senso in cui egli intende questa espressione, necessaria) della differenza.”
[34] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 116.
[35] Ivi, p. 117.
[36] Ibidem.
[37] F. Hölderlin, Note all’Antigone, GstA V, 269 ST 106, cit. in A. Calligaris, Hölderlin: “vita” e follia, “aut aut” 285-286, 1998, p. 247.
[38] C. Di Marco, Deleuze e il pensiero nomade, cit., pp. 151-152.
[39] Sul tema specifico della maschera, cfr. R. Tessari, “Maschera”, in L. M. Musati (a cura di), Le Parole del Teatro, Transeuropa 1995, pp. 98-99: “Se cerchiamo di capire perché Dioniso fosse il dio-maschera per eccellenza non possiamo che fermarci sul momento cruciale del suo mito di morte. Si tratta del momento in cui il dio si specchia (cioè compie un atto di autoriflessione, se vogliamo di reduplicazione) in uno specchio nel quale si sintetizza e si fa maschera la sua divinità. E, facendosi maschera, conosce sia un destino di morte sia la grazia di trasformarsi in immagine che verrà adorata […] Nella versione testimoniata dalle Dionisiache di Nonno, mentre il dio si sta specchiando, gli si avvicinano i titani, armati di coltelli “portati dagli inferi sulla terra”, per effettuare lo sparagmos: per compiere sul dio un rito che determinerà la sua morte, ma anche la sua resurrezione in quanto maschera. Il fatto che Dioniso si specchi, non è soltanto simbolo inaugurale della rappresentazione scenica, è anche cifra di un concetto per il quale il mondo è rappresentazione […] E’ interessante, ancora, che i titani deicidi, nelle due versioni, compaiano comunque mascherati […] Il mito dice chiaramente come la maschera dionisiaca nasca da un atto di iniziazione compiuto da una sorta di protomaschera, che viene a riportare nella vita un segno del mondo della morte.”
[40] U. Albini, Nel nome di Dioniso. Vita teatrale nell’Atene classica, Garzanti, Milano 1991, p. 79.
[41] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 119: “Ma che cosa significa forma vuota del tempo o terza sintesi? Il principe di Danimarca dice che “il tempo è uscito dai propri cardini”. Ora è possibile che il filosofo tedesco dica la stessa cosa, e sia amletico in quanto edipico?”.
[42] G. Deleuze, Critique et clinique, Minuit, Paris 1993; trad., Critica e clinica, Cortina, Milano 1996, p. 44.
[43] Ibidem.
[44] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 119.
[45] G. Deleuze, Critica e clinica, cit., pp. 46-47.
[46] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 381.
[47] Ivi, p. 280.
[48] Ivi, p. 94.
[49] P. A. Rovatti, “Premessa”, in F. Polidori, Necessità di una illusione, Guerini e Associati, Milano 1995, p. 6.
[50] M. Foucault, Theatrum philosophicum, cit., pp. 54-74.
[51] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 375.
[52] Ibidem.
[53] G. Deleuze, Logique du sens, Minuit, Paris 1969; trad. Logica del senso, Feltrinelli, Milano 1979², p. 86.
[54] Ivi, p. 88.
[55] Ivi, p. 68.
[56] Ivi, p. 127.
[57] G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, cit., p. 68.
[58] G. Deleuze, Logica del senso, cit., p. 145.
[59] Ivi, p. 148.
[60] Ivi, p. 131.
[61] Ivi, p. 132.
[62] P. A. Rovatti, Il paiolo bucato, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p. 197.
[63] G. Deleuze, Logica del senso, cit., p. 134.
[64] G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, cit., p. 70.
[65] Ivi, p. 150.
[66] G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, cit., p. 194.
[67] J. Derrida, “Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione”, cit., p. 317: “Artaud ha voluto cancellare la ripetizione in generale (in corsivo nel testo) […] La ripetizione era per lui il male […] Questa facoltà di ripetizione ha dominato tutto quanto Artaud ha voluto distruggere e ha nomi diversi: Dio, l’essere, la Dialettica.”
[68] Cfr. P. Pavis, voce “Antropologia teatrale”, in Dizionario del teatro, P. Bosisio (a cura di), Zanichelli, Bologna 1998, p. 31: “La preparazione a un linguaggio che respinga la facilità e l’inaridimento impone la ricerca di un linguaggio cifrato comune agli artefici della scena, ai partecipanti alla cerimonia teatrale e agli attori. […] Tale ermeneutica […]vorrebbe decifrare un mitico linguaggio teatrale, sia esso chiamato geroglifico (Mejerchol’d), ideogramma (Grotowski), o “livello pre-espressivo dell’arte dell’attore” (Barba). Per un’ulteriore approfondimento dell’analisi del linguaggio teatrale in riferimento ai maggiori esponenti del teatro contemporaneo cfr. U. Volli, La quercia del duca. Vagabondaggi teatrali, Feltrinelli, Milano 1989.
[69] J. Derrida, “Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione”, cit., p. 305.
[70] Cfr. G. Deleuze, “Tredicesima serie. Sullo schizofrenico e sulla bambina”, in Logica del senso, cit., p. 79.
[71] Ivi, p. 208.
[72] Ivi, p. 209, n. 155.
[73] C. di Marco, Deleuze e il pensiero nomade, cit., p. 194. Per il successivo sviluppo della nozione di perversione espressa secondo le modalità di sadismo e masochismo secondo Deleuze, ivi, pp. 158-159: “Deleuze legge, infatti, la perversione secondo un taglio artistico e letterario che discostandosi dalle tesi freudiane vede il sadismo e il masochismo come due aspetti contrapposti ed irriducibili della perversione, due differenti modalità di considerare il reale, due differenti modi di pensare l’istinto di morte e la ripetizione. Di tipo speculativo-analitica è la modalità sadica che fa della “negazione assoluta, l’idea totale della ragione”, affermando la morte del super-io ed il trionfo dell'io, mitico-immaginaria, al contrario è la modalità masochista che, sospendendo il reale attraverso l’assunzione del fantasma, si libera della pressione del super-io identificandovisi. Immaginazione e fantasma/simulacro sono allora le forze attive che, dissolvendo l’identità dell'io, aprono il pensiero al molteplice e al differente.”
[74] J. Derrida, “Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione”, cit., p. 32.
[75] G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, cit.
[76] P. A. Rovatti, Il paiolo bucato, cit., p. 196.
[77] G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, cit., p. 40.
[78] Vedi: C. Bene, G. Deleuze, Sovrapposizioni, cit., e: G. Deleuze, “Un precursore misconosciuto di Heidegger, Alfred Jarry”, in Critica e clinica, cit.
[79] G. Deleuze, “La letteratura e la vita”, in Critica e clinica, cit., p. 16.
[80] G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., 1, p. 151.
[81] P. A. Rovatti, “Nel mondo di Alice”, in Il paiolo bucato, cit., p. 195.
[82] A. Cascetta, “La sfida del corpo sulla scena teatrale” in Il corpo in scena. La rappresentazione del corpo nella filosofia e nelle arti, Vita e Pensiero, Milano 1983, p. 146.
[83] G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, cit., p. 11.
[84] Vedi anche: G. Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 54.
[85] G. Deleuze C. Parnet, Conversazioni, cit., p. 46.
[86]  Ibidem, e p. 404: “Questi divenire trovano la loro condizione nel divenir-donna del guerriero o nella sua alleanza con la ragazza, nel suo contagio con lei. L’uomo di guerra non è separabile dalle Amazzoni. L’unione della ragazza e dell’uomo di guerra non produce animali, ma produce simultaneamente il divenir-donna dell’uno e il divenir-animale dell’altro…”.
[87] Ivi, p. 147. Per una considerazione sul metodo di critica e clinica in letteratura, (applicabile ad ogni autore minore), cfr. G. Piana, Deleuze e la letteratura, “aut aut”, 276, 1996, p. 170: “sia la filosofia sia letteratura sono forme di pensiero in cui emerge un impensato del pensiero, ossia una scrittura e uno stile del pensiero. Se Carroll, Kafka, Lawrence, Melville, Artaud e molti altri scrittori sono così importanti per Deleuze, è perché sono degli sperimentatori. Pensare per Deleuze è un ‘esercizio pericoloso’, è sperimentare, ed è in tale prospettiva che critica e clinica si congiungono.”
[88] G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., 1, p. 139.
[89] Ivi, p. 140.
[90] G. Deleuze, “Per farla finita con il giudizio”, in Critica e clinica, cit., p. 165.
[91] G. Deleuze, Spinoza. Philosophie pratique, P.U.F., Paris 1970; Minuit, Paris 1981; trad. Spinoza. Filosofia pratica, Guerini e Associati, Milano 1991, p. 34.
[92] G. Deleuze, “Per farla finita con il giudizio”, cit., p. 167.
[93] H. C. Baldry, The Greek Tragic Theatre, Chatto&Windus, London 1971; trad. I Greci a teatro. Spettacolo e forme della tragedia, Laterza, Bari 1975², p. 119.
[94] M. Ferraris, Nietzsche e la filosofia del Novecento, Bompiani, Milano, 1989, p. 122.
[95] G. Deleuze, Spinoza. Filosofia pratica, cit., p. 34: “L’illusione dei valori fa tutt’uno con l’illusione della coscienza”, e p. 38: “Spinoza non è di quelli che pensano che anche una passione triste abbia qualche cosa di buono. Prima di Nietzsche, denuncia tutte le falsificazioni della vita, tutti i valori in nome dei quali disprezziamo la vita…”.
[96] G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, cit. in M. Ferraris, Nietzsche e la filosofia del Novecento, cit., p. 124.
[97] C. Di Marco, Deleuze e il pensiero nomade, cit., p. 166.
[98] G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., 1, p. 42: “Un corpo senza organi non è un corpo vuoto o denudato d’organi, ma un corpo sul quale tutto ciò che serve da organo si distribuisce […] seguendo molteplicità molecolari. […] Dunque esso si oppone non  tanto agli organi quanto alla organizzazione degli organi, poiché questa comporrebbe un organismo.”
[99] G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, cit., p. 155.
[100] Ivi, p. 154.
[101] Ivi, p. 161 (in corsivo nel testo).

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