La pizzica dell'Officina Zoè conquista Trieste
Trieste e il Salento. Una comunione in musica. Grazie al rito officiato dall'Officina Zoè, che a differenza del nome, non ripara mezzi meccanici, ma piuttosto si rivolge all'anima. Attraverso la musica. Ma non una musica qualsiasi. Quella proposta dall’Officina è musica antica che sa di tramontana e scirocco, di gelata e di afa, angolo fuori dal tempo dove vivono Apollo e Dioniso. Con le loro ritmiche trascinanti, ossessive, ipnotiche, fanno ballare il Miela. Forza della pizzica, la tradizionale musica popolare salentina vecchia di centinaia d’anni che rappresenta un po’ l’anima ancestrale di una terra. Per due ore ci si immerge nel vortice di una danza ipnotica, presi dalla furia dionisiaca: quasi una cerimonia che si ripete nei secoli, città dopo città, secondo una tradizione moderna che ancora scatena i pubblici, letteralmente conquistati da una musica senza tempo che oltrepassa le barriere del folk per toccare le corde dell’anima. La musica di Zoè è un cuore che pulsa e trasuda energia. E’ "Sangue vivo", come suggerisce il titolo del film di Edoardo Winspeare che ha per protagonista, e non solo come autrice della colonna sonora, l’Officina, pellicola conquistando anche l’America. Potenza della musica.
Una vorticosa magia che si interrompe solo quando la musica rallenta per lasciare spazio a qualche ballata . E via a "Mamma la luna". Una medicina per l’anima: erbe "officinali" distillate sotto forma di note. Dieci anni di lavoro sulla musica tradizionale salentina che hanno corrisposto a una cerscita esponenziale del fenomeno pizzica che ha finito per varcare i confini musicali della terra d’origine. D’altronde, si sa che la musica non ha confini.
Impossibile resistere, stare fermi. Le mani si ritrovano a battere: quelle del gruppo sui tamburelli, quelle del pubblico a tempo, scandendo i ritmi di una festa. L’Officina torna al Miela dopo 4 anni <è un piacere essere di nuovo qui> e ripropone alla platea triestina i brani del primo album, "Terra", dedicato alle proprie origini, a cui si aggiungono le nuove composizioni del secondo lavoro, "Sangue vivo", colonna sonora dell’omonimo film distribuito e premiato sia in Europa che negli Usa (San Sebastian, Festival di Edimburgo, Parigi Festival Cinema Latina, New York premio N.I.C.E.) e giudicato dalla stampa specializzata 5° nella sezione miglior disco italiano in dialetto.
Sul palco si accenna a qualche passo di danza. L’allegria è contagiosa e dal palco scende tra il pubblico, che raccoglie l’invito a ballare . Tra il pubblico si scatenano le danze, e spunta anche uno scialle tradizionale.
"L’America", tre chitarre, tamburo e voce, è un canto di emigranti , che ci riporta ai primi del ‘900 .
La Grecia è a un passo, e si sente. . Sul palco si diffonde una sorta di "Danza di Zorba" importata nel salentino e sotto il palco, il pubblico accenna qualche passo di Sirtaki."Lu rusciu del mare è un intermezzo di pace nell’orgia dionisiaca . Ultimo brano non può essere che Santo Paulo, su cui avvengono le presentazioni della band. Le percussioni hanno il sopravvento in una ritmica frenetica e inebriante. Il pubblico acclama. Un due tre Zoè.
La scenografia è essenziale: tre sedie di legno e nove microfoni: quattro per le voci e cinque per gli strumenti. L’intro di tamburi scalda il motore della macchina etnico-ritmica poi entrano in un crescendoo palpitante, caratteristica della pizzica, de core e tarantata, chitarra, fisarmonica e nacchere.
. Propongono "Sale", un brano .
Il griko è un dialetto che deriva dall’antico greco: una parlata tradizionale che ancora resiste in dieci comuni del Salento.
Questa canzone è costruita sugli elementi più vivi della nostra terra: tamburelli, voce e armonica a bocca. E soffocato dagli applausi sempre più calorosi inizia a soffiare il "Viento".
Le voci si intercciano con gli strumenti e danno vita ad un ordito dal sapore antico, ma dalla confezione moderna.
Sul palco sono in sette a dare voce e vita a una tradizione ancestrale, fatta di canti di lavoro, canzoni d’amore in dialetto e in grecale salentino, canti di protesta e pizziche.
E’ quasi trance scandita e indotta dall’ossessività gioiosa e al tempo stesso tragica della ripetizione frenetica e instancabile delle percussioni della mano che segna il faticoso cammino di un riappropriarsi culturale che rappresenta anche il ritrovamento di un’identità dimenticata.
Voce, flauti, tamburelli, organetti diatonici, chitarra classica, nacchere, violino, tre, tamborre, cupa cupa e violino a sonagli concorrono a dare corpo a una lunga ricerca svolta sulla musica del popolo salentino: musica popolare da cui emergono influssi e contaminazioni risultato di secoli di dominazioni e scambi con i popoli del Mediterraneo.
E’ tempo di bis. A grande richiesta "Rondinella", prima tre soli sul palco, poi con tutto il gruppo, a riproporre la frenetica ritmica dei tamburelli. Ed è ancora pizzica. Inebriante e commovente, terapeutica ed esilarante.
Gianfranco Terzoli